lunedì 15 maggio 2017

Comizzo e la radiolina nel Superclásico

Il rigore neutralizzato da Montoya
Calcio di rigore. Anche se viene circondato da un capannello di giocatori in maglia azul y oro, Juan Carlos Lostau si mantiene inflessibile e non cambia di una virgola la propria decisione. Ha appena osservato Ortega farsi largo e incunearsi sinuoso tra le maglie xeneizes con una serpentina inarrestabile, prima di volare platealmente in area di rigore: ad uncinarlo e fargli perdere l'equilibrio è stato, o così deve sembrare a lui, il difensore del Boca Alejandro Giuntini


Quando Hernán  Díaz sistema la sfera sul dischetto e si appresta alla trasformazione, infatti, alla Bombonera il Boca Juniors sta conducendo di misura grazie ad una rete dell'uruguagio Sergio Daniel Martínez, popolarmente conosciuto come "Manteca": questa è l'occasione giusta per evitare l'onta della sconfitta nel Superclásico. Una manna dal cielo per il River. 

Ovviamente, il pubblico di casa, che si sente derubato, ha idee diverse, Dagli spalti ribollenti del catino xeneizes comincia a piovere di tutto: il bersaglio preferito dell'indiscriminato e fitto lancio di oggetti è il portiere millonario Ángel Comizzo

Considerato l'erede del "Loco" Gatti per via dello stile smargiasso, l'indole istrionica e una spiccata abilità a giocare con i piedi, il "Flaco", perchè è filiforme come un chiodo, grazie anche alle stilettate al vetriolo mai lesinate al nemico giurato, ha impiegato poco ad entrare nel cuore dei tifosi millonarios: "essere tifoso del River è una benedizione. Come si può tifare Boca? Non lo capisco.", ha dichiarato tra l'indispettito e il goliardico quando il suo nome fu accostato al Boca, prima di rincarare la dose "Yo los veo y pobrecitos". 

Dalle parti del'area di rigore, all'altezza del dischetto, atterra un oggetto curioso: qualcuno fa paracadutare lì una piccola radiolina walkman di colore giallo, un modello molto popolare e in voga all'epoca.
Comizzo armeggia con la radiolina
Istintivamente, senza pensarci su una volta di più, dopo averla squadrata con curiosità, il "Flaco" la raccoglie e si accerta che sia funzionante. Si è già messo in testa di ascoltare folkloristicamente l'esito del calcio di rigore via radio. Non senza una vena di sadismo, vuole passare in rassegna i volti impietriti e sconsolati dei tifosi xeneizes mentre esulta per il pareggio del compagno. D'altronde "Si ellos me putean, por qué yo no les puedo gritar un gol", si giustificherà più tardi. E non fa mica una grinza. 

Allora si volta di spalle, passa ad infilarsi gli auricolari  nei padiglioni e armeggia con la radiolina, sintonizzandola sulla radionacronaca del Superclasico. Ma, siccome l'audio della televisione si sovrappone a quello della radio, è dalla voce di Marcelo Araujo che apprende l'esito infausto di quel penalNavarro Montoya battezza l'angolo giusto, quello destro, e vola a disinnescare l'esecuzione di Diaz, diventando l'eroe del popolo xeneizes e soffocando sul nascere l'urlo di gioia del "Flaco"

Il Superclasico, così come quel torneo Apertura 1992, si colorerà di azul y oro. Un anno più tardi, invece, i sempre più marcati dissidi con il tecnico Daniel Passarella, secondo alcune malelingue legati ad una presunta relazione clandestina intrattenuta dal "Flaco" con la moglie del carismatico "Gran Capitán", lo portano a fare le valigie e cambiare aria: nemmeno presa in considerazione la proposta del Boca Juniors, se ne va in Messico. 

Dopo aver conquistato uno storico titolo messicano con i Monarcas Morelia, parando stoicamente tre calci di rigore con la mano sinistra fratturata nell'epica finale col Toluca, nel 2001 corona il sogno di tornare a difendere i pali del Monumental. Lo avrebbe fatto anche senza compenso, perchè il River "es el unico club por el que jugaria gratis".  

Vincenzo Lacerenza

lunedì 17 aprile 2017

¡Así, así, así gana el Madrid!: al Molinón nasce la colonna sonora dell'antimadridismo

Il Molinón sommerso da una pioggia di cuscini
Non appena il Ministro della Cultura Manuel Clavero Arévalo, riconosciuto l'interesse generale, firma un decreto con il quale predispone la teletrasmissione della sfida tra Sporting Gijón e Real Madrid, il presidente degli asturiani Vega Arango, si frega le mani e gongola in attesa di sedersi al tavolo delle trattative per negoziare la concessione dei diritti televisivi. Quando si alza, dopo un serrato tira e molla che si protrae fino alla vigilia dell'attessimo match del Molinón, può dirsi pienamente soddisfatto e gratificato per aver strappato condizioni piuttosto favoreroli: oltre ai tradizionali incassi di botteghino, stimati in due milioni di pesetas, il club intasca un assegno da sei milioni proveniente dal contratto con la tv, a cui va sommato un ultimo milioncino portato in dote dalla pubblicità.

Nelle Asturie, d'altronde, la partita è parecchio sentita e attesa. Quella che è considerata, a ragione, la versione più bella e competitiva della storia dello Sporting Gijón, infoltita da gente come l'implacabile Quini, la guizzante ala Ferrero, l'infaticabile, e non a caso ribattezzato "Siete Pulmones" Manolo Mesa, e la coppia di difensori argentini composta da Victor Hugo Doria e dal biondissimo Ricardo Rezza, nella stagione precedente ha conteso fino all'ultimo il titolo alle Merengues, avvicinandosi come non mai alla tanto inseguita, e mai raggiunta, corona nazionale: nella gara decisiva, a cui lo Sporting Gijón si è presentato orfano delle due colonne argentine, appiedate nel turno precedente a Salamanca dall'arbitro García Carrión, il Real Madrid ha espugnato il Molinón con una rete del redivivo Santillana, facendo evaporare proprio sul più bello i sogni di gloria degli asturiani, e si è lanciato a tutto vapore verso la bandiera a scacchi.

Quando, qualche mese più tardi, la Casablanca fa nuovamente tappa nella roccaforte asturiana, i giochi per il titolo sono più che mai aperti ad ogni eventualità: le Merengues e i rojiblancos, appaiati a quota quindici, sono incollati alla capolista Real Sociedad, avanti di una sola e misera lunghezza.
La "figu" di Enzo Ferrero
Come se non bastasse il clima da tregenda preparato dall'appassionata afición 
asturiana per accogliere degnamente il Real Madrid, al sesto minuto di gioco una decisione abbastanza controversa, e per questo contestata, del direttore di gara Ausocúa Sanz, contribuisce a surriscaldare gli animi ed incendiare ulteriormente una sfida già parecchio tesa. Succede che il beniamino locale Enzo Ferrero lancia il guanto di sfida al madridista San Josè: lo mette nel mirino e lo invita all'uno contro uno. Ubriacato dalle finte disorientanti dell'argentino, a cui abbocca sistematicamente, il baffuto centrocampista, vistosi superato, allunga l'alettone e usa tutto il mestiere di questo mondo allo scopo di ostacolarne il passaggio, finendo per colpire l'avversario con una gomitata in pieno volto. Istintivamente, con il setto nasale fratturato e il sangue che gronda copioso dalle narice disegnando impressionanti rivoli sul viso, Ferrero reagisce spingendo vigorosamente lo spigoloso San Josè: poi, evidentemente non pago, completa la vendetta assestandogli un calcione sul ginocchio. 

Il direttore di gara, già inviso alla tifoseria locale perchè sospettato di avere un debole per i blancos, vede solo l'ultima parte della scena e non ha nemmeno il minimo dubbio sul da farsi: Ferrero, nonostante la faccia insaguinata costituisca una prova inequivocabile di quanto accaduto, si vede sventolare il rosso sotto il naso ed è costretto ad abbandonare il terreno di gioco, mentre San Josè, impunito, può tranquillamente tornare a prendere il suo posto nello scacchiere di Boskov, almeno fino a quando il tecnico serbo, preoccupato per la sua incolumità, lo tira fuori, gettando nella mischia Roberto Martinez

E' davvero troppo per il pubblico asturiano che, imbufalito, decide di passare all'azione. In poco tempo il terreno di gioco è sommerso da una fitta pioggia di cuscini, nello stesso momento in cui dalle tribune si leva uno spontaneo coro di protesta così tanto irriverente ed emblematico nella sua semplicità da diventare in futuro la colonna sonora dell'antimadridismo: “¡Así, así, así gana el Madrid!, cantano inviperiti gli asturiani, inneggiando sarcasticamente ai favori arbitrali ricevuti dalle Merengues: solo quando la furia asturiana accenna a placarsi, e dopo quasi dieci minuti di attesa, la gara può finalmente riprendere.

Paradossalmente, quasi a smentire le letras avvelenate di quel coro, il Real Madrid non esce trionfatore dal fortino del Molinón. In vantaggio grazie ad'autore del futuro azulgrana Quini, che beffa maldestramente suo fratello Castro, morto da eroe nel 1993 per salvare un bambino inglese dall'annegamento, i blancos, che quel campionato tuttavia conquisteranno, si fanno acciuffare in avvio di ripresa da una stoccata di Joaquin.
Il contestatissimo Sanz
Non prima, però, di aver ascoltato ancora una volta il solito ritornello, quando sul finale di tempo Benito azzoppa Mesa con un'entrataccia da codice penale: Sanz si avvicina a lunghe falcate al luogo del misfatto e, senza apparente esistazione, estrae il rosso, esibendolo all'indirizzo del madridista. Un attimo, dietrofront: quando si accorge di aver combinato un pasticcio, tenta di rimediare e rimette in fretta e furia la "roja" nel taschino, brandendo al suo la "amarilla" e commutando quella che era, a tutti gli effetti, un'espulsione in una più tollerante ammonizione. L'arbitro giustificherà l'atto di clemenza sostenendo la tesi della sbadataggine. Ma vallo a spiegare ai furenti tifosi rojiblancos.

Vincenzo Lacerenza

Fonti:
eurosport.es
deportes.elpais.com
futbol.as.com
hemeroteca.abc.es
mundodeportivo.com/hemeroteca


martedì 28 marzo 2017

L'incredibile storia dell'Equipo Fantasma

L'Equipo Fantasma nel famoso scatto di Lucho Flores
INCAPPUCCIATI - All'interno dello spogliatoio, i calciatori e lo staff della nazionale argentina si dispongono su tre file frastagliate e disomogenee. Quelli sistemati più in basso indossano giacca e cravatta d'ordinanza e cercano di mantenere un certo contegno istituzionale; dietro, invece, molto più informali, vestono l'uniforme da gioco e si affannano alla ricerca di un posticino nell'inquadratura abbarbicandosi sugli armadietti: il più fortunato riesce persino a sedersi, lasciando beatamente penzolare le gambe nel vuoto. Tutti hanno il volto celato da un cappuccio bianco, con due piccoli forellini all'altezza degli occhi, degno degli adepti di una confraternita religiosa o di una setta esoterica. Davanti a loro il fotografo Lucho Flores, che ha assecondato una geniale trovata del giornalista Miguel Tapia, entrambi stipendiati dal quotidiano "Hoy" di La Paz, sta per immortalare il momento. La posa è perfetta e la sceneggiatura tanto emblematica quanto provocatoria: il giorno prima, quando avevano avvolto i calciatori all'interno di lenzuoli bianchi per simboleggiare dei fantasmi, l'impatto ottenuto non era stato quello desiderato. Stavolta, invece, il messaggio di protesta lanciato tra le righe alla federazione, colpevole di averli piantati in asso, abbandonandoli scelleratamente al proprio destino, è abbastanza chiaro e intuitivo. 

SIVORI AL TIMONE  - Quando nel 1972 il mitologico Enrique Omar Sivori, dopo due brevi parentesi al Rosario Central e all'Estudiantes, accetta la panchina dell'Albiceleste, l'AFA gli affida il testimone lasciato libero da Juan Josè Pizzuti, leggendario condottiero del Racing Avellaneda campione del mondo nel '67, e lo incarica di una missione sicuramente non proibitiva, ma nemmeno banale: mettere l'Argentina su un aereo per la Germania Ovest, sede deputata ad ospitare il Mondiale del '74, riscattando così il fiasco della Selección del "Divino" Adolfo Pedernera che aveva incredibilmente bucato la rassegna iridata messicana del '70. Per questioni politiche, economiche e per finire campanilistiche, oltre che meramente sportive, un secondo fallimento sarebbe disastroso e quindi da scongiurare a tutti i costi. Non è un mistero il fatto che l'Argentina culli la velleità di ospitare la kermesse del '78 e, per questo, su un altro tavolo, ad un altro livello della rivalità, ha ingaggiato una serrata battaglia senza esclusioni di colpi con il Brasile: ovviamente, in questo senso, un flop albiceleste chiuderebbe le porte all'Argentina, spalancandole contemporaneamente al nemico giurato verdeoro. 

PRECOCCUPAZIONI E STRATAGEMMI - L'Albiceleste, inserita nell'insidioso gruppo 2, se la vedrà con Paraguay e BoliviaAnche se dopo il trionfale 4-0 inaugurale con la Bolivia a Buenos Aires, propiziato dalle doppiette di Brindisi ed Ayala, l'umore della truppa è alto, il "Cabezón" rimane abbottonato e mette in guardia i suoi circa le trappole che potranno incontrare durante il cammino. 
Alcuni "fantasmas" in ritiro
A preoccuparlo più d'ogni altra cosa è la trasferta del 23 Settembre in Bolivia: una settimana prima ci sarebbe il Paraguay. Ma quello è il meno. In quei giorni di meditazione e preparazione gli arriva all'orecchio una notizia secondo la quale proprio i Guaranì, spaventati allo stesso modo dalla trasferta in altura, effettueranno una ricognizione sulle ande boliviane per prevenire gli scherzi del "soroche", il famigerato mal di montagna che rende l'aria irrespirabile, favorisce l'insorgenza di fenomeni tachicardici e facilita la produzione di acido lattico, provocando frequenti giramenti di testa e rendendo le gambe più pesanti e le traiettorie disegnate dalla sfera imprevedibili. Senza spremersi le meningi, Sivori di colpo ha trovato la soluzione a tutti i grattacapi che gli frullavano nella mente. In fondo non è poi mica difficile: basta seguire l'esempio dell'Albirroja. Solo che il "Cabezónci mette quel pizzico d'originalità ch'era mancato ai paraguagi, convocando un'altra masnada di calciatori e assemblando di tutto punto un'autentica nazionale parallela. Ci sarebbe poi questo Manuel Ignomiriello, uno che ha visto nascere la generazione d'oro dell'Estudiantes dei vari Ramón Verón, Malbernat, Pachamè e Poletti, e che quindi di giovani se ne intende.  Sarebbe il selezionatore, cioè quello che se ne va in giro per l'Argentina ad adocchiare calciatori per conto dell'AFA, ma Sivori lo chiama a rapporto e lo pone a capo dell'Argentina dos, prima di spedirlo con la squadra ai duemilacinquecento metri di Tilcara, località della provincia di Jujuy al confine con la Bolivia. Quando Ignomiriello e i suoi partono per le Ande, alla gara con la Bolivia mancano settantacinque giorni. Sivori è scrupoloso e non intende lasciare nulla al caso: la squadra deve acclimatarsi all'aria rarefatta e farsi trovare pronta all'appuntamento con la Verde


I FANTASMAS - La rosa è discreta. Tra gli uomini su cui Don Miguel può fare affidamento ci sono, tra gli altri: Aldo Pedro Poy, l'autore delle celebre palomita al Newell's che valse un leggendario titolo al Central, Ubaldo Fillol, futuro iconico portiere del River e campione del Mondo nel '78, il telento illuminante del flemmatico Ricardo Bochini e un giovanissimo Mario Kempes: della comitiva fanno parte pure Juan Ramon Rocha, il portiere di riserva Jorge Tripicchio, lo straripante "Mandrake" Marcelo Trobbiani e il peronista convinto Rubén Oscar "Hueso" Glaria.
L'Argentina fantasma prima dell'amichevole col Cienciano
I calciatori partono da Ezeiza, dopo un primo periodo a Tilcara, attraversano l'altopiano della Quiaca e si spostano in Perù, prima di entrare in Bolivia a Oruro, e giungere a La Paz solo una settimana prima della gara. L'avventura dell'Albiceleste 2 sulle Ande si trasforma ben presto in un'odissea. L'albergo è spartano, il cibo carente e scadente, gli spostamenti su ferrovie in legno scomodi e tormentati. In tutto questo l'AFA, presieduta da Baldomero Gigàn, si lava le mani e chiude i rubinetti, abbandonando Don Miguel e la sua truppa al proprio destino: per saldare i conti e provvedere al proprio sostentamento i calciatori sono costretti a fare gli straordinari e raccattare qualche spicciolo giocando un numero esorbitante di gare amichevoli. In una di queste, nel'incantevole Cusco, al Cienciano Mario Kempes segna al sua prima rete, ovviamente non ufficiale, con la maglia della Selección. Al ritorno a Buenos Aires il "Matador" sale sulla bilancia: ha perso la bellezza di nove chili. Juan Josè "Jota Jota" Lopez, Reinaldo "Mostaza" Merlo e Jorge Troncoso, invece, faticano ad adattarsi e, provati dalla condizioni estreme, fanno immediato ritorno a casa.


DA PAJARO A FANTASMA - Intanto la nazionale ufficiale, quella dove sgambettano i vari Brindisi, Wolff e Balbuena, ha strappato un prezioso pari in quel di Asuncion grazie ad una rete del solito Ruben "Ratón" Ayala, cespuglioso e baffutto alfiere del San Lorenzo. La sera prima della gara con la Bolivia il "Cabezón" irrompe piuttosto a sorpresa nel ritiro dei fantasmas a La Paz. Ma non è solo. Ha portato i rinforzi: assieme a lui ci sono l'agile arquero Daniel Carnevali, che sfilerà il posto all'indomani a Fillol, il torreggiante stopper Ángel Hugo Bargas, nominato miglior giocatore argentino nel 1972, e i totem Miguel Brindisi, Enrique Wolff, Roberto Telch e Rubén Ayala. Sivori verrà ripagato.
Fornari festeggia il gol più importante della sua carriera
Il 23 Settembre 1972 all'Hernando Siles le cose per l'Argentina vanno bene. Dopo aver rimediato una gomitata  in pieno volto, lo sgusciante Oscar Fornari è stato a bordocampo per farsi medicare una narice sanguinante: quando rientra, fa in tempo a guadagnare l'area di rigore per convertire in rete con uno spettacolare colpo di testa in tuffo un traversone arrotato del "Ratón" Ayala, prima di piangere a dirotto pensando alla madre scomparsa solo qualche settimana prima. E' questo l'esatto momento in cui Oscar smette di essere "El Pajaro", e diviene per tutti "El Fantasma". L'Argentina vince di misura ed avvicina una qualificazione festeggiata una settimana più tardi con la vittoria per tre reti ad una ottenuta sul Paraguay tra le mura amiche. Ma ormai non si fa altro che parlare dell'Equipo Fantasma. La foto pubblicata dal quotidiano "Hoy" di La Paz, quella parecchio evocativa dei calciatori incappucciati, ripresa dal settimanale argentino "Goles", ha sortito gli effetti sperati, facendo gridare allo scandalo l'indignata opinione pubblica argentina. Se Sivori, soppiantato prima del mondiale Vladislao Cap, non sarà della spedizione, solo un elemento del nucleo originario dei fantasmas avrà il privilegio di rappresentare la propria patria sui campi tedeschi: Mario Alberto kempes. Mica uno qualunque.   

Vincenzo Lacerenza



Fonti:
nuncasinfutbol.blogspot.it
gazzetta.it
mondofutbol.com
sportmistreated.blogspot.it
lanaciona.com.ar
paginasiete.bo
eltribuno.info
diariopublicable.com
curiosidadesdelfutbol
deportes.elpopular.com.ar
elgrafico.com.ar



martedì 14 marzo 2017

Latinoamericana: l'Atletico Chalaco e il "leon porteño"

Una formazione dell'Atletico Chalaco ('80)
In maniera piuttosto sorprendente, ma non immeritata, il vecchio e glorioso Atletico Chalaco, risalito dagli inferi della Segunda Division soltanto nel 1972, chiude la Liguilla del Descentralizado 1979 al secondo posto, collocandosi alle spalle dello Sporting Cristal campione, e qualificandosi alla Copa Libertadores a braccetto coi cerveceros. Per la "Furia Chalaca", sulla cui panchina siede il "Cabezón " Cesar Cubilla, il risultato ottenuto, oltre ad essere per certi verti inaspettato, e a venire accolto con legittimo stupore misto a soddisfazione, ha una portata storica: mai i biancorossi, inseriti nel gruppo 1 assieme alle argentine River Plate e Velez Sarsfield e ai connazionali dello Sporting Cristal, avevano preso parte alla regina delle competizioni sudamericane. Non ci riusciranno più.

Dopo il lusinghiero 0-0 di Lima con cui l'Atletico Chalaco inaugura l'avventura continentale, c'è attesa per il primo, storico incontro casalingo dei rojiblancos in Copa Libertadores. Anche se per questioni logistiche e pragmatiche - come favorire un maggior afflusso di pubblico - così da garantirsi un incasso più alto dai proventi della vendita dei tagliandi - alla leggendaria dimora del club, il piccolo Estadio Telmo Carbajo di Callao, viene preferito il mastondontico e più accogliente Estadio Nacional di Lima, quello che hanno in mente i portenos è un'imponente cerimonia di benvenuto. Nelle settimane che precedono il grande evento, in programma per il primo Marzo, fervono i preparativi e non mancano le idee, alcune anche bizzarre e pittoresche: la più ortodossa è quella di affidare l'apertura delle danze alla banda della Marina, incaricata di far risuonare le soavi note di "Nostalgia Chalaca", inno incontrastrato della città, tra due ali di bambini in festa.

Ad un certo punto la dirigenza biancorossa, sempre alla spasmodica ricerca di soluzioni che diano un tocco identitario, originale ed accattivante alle celebrazioni, fa una pensata geniale. Si ricorda dell'apodo con cui la squadra è conosciuta in Perù, "El Leon Porteño", e si mette in contatto con un circo della zona a cui rivolge una richiesta tanto singolare quanto precisa: vogliono un leone in prestito per un giorno.
Il "leon porteño"
L'idea è quella di adagiare la belva, rinchiusa in una gabbia con le sbarre dipinte di bianco e rosso, su un apposito carrello trainato da un piccolo rimorchio per fargli fare la cosiddetta "vuelta olimpica" prima dell'inizio della partita. I biancorossi si augurano di vedere premiati i tanti sforzi con un ruggito spavaldo e terrificante del re della foresta, utile ad incutere timore agli avversari e a galvanizzare il pubblico chalaco. Ma, quando giunge il momento fatidico, la mascotte del club sembra divertirsi a fare i dispetti, e se ne sta placida, preferendo una bella pennichella al feroce ruggito tanto richiesto e atteso. E' un fiasco totale.


In campo, le cose per l'Atletico Chalaco, che pure può contare su elementi discreti come l'iconico portiere uruguagio Fernando Apolinario, passato alla storia per una copertina in cui lo si vede seduto sui talloni nel bel mezzo del terreno di gioco mentre fa da cavia a una nuova acconciatura partorita dal famigerato stilista e parrucchiere Toto Hall, e i nazionali peruviani Oscar Arizaga e Walter "Chueco" Escobar, non vanno mica meglio.
Toto Hall da una sistemata ai capelli di Apolinario
Il Velez Sarsfield di Jorge Solari, guidato in campo dello strepitoso volante Carlos Ischia, è anch'esso neofita della competizione, ma si rivela avversario qualitativamente troppo superiore alla "Furia Chalaca", schiantata da una zuccata di Josè Castro e da una rete dell'ineccepibile "rematador" Osvaldo Damiano. Il resto del cammino, proibitiva doppia trasferta argentina compresa, sarà, come peraltro ampiamente prevedibile, lastricato di sconfitte e cocenti umiliazioni. Nella gara di ritorno di Liniers, tra la valanga di reti, cinque, con cui il "Fortin" seppellirà prepotentemente  i rojiblancos, arriveranno, però, le storiche, e uniche, due reti dell'Atletico Chalaco in Copa Libertadores: a firmarle saranno Marcos Portilla e Oswaldo Flores.


Vincenzo Lacerenza


Fonti:
pasionfutbol.com
dechalaca.com
fotosfutbolperuano.blogspot.it
arkivperu.com

mercoledì 1 marzo 2017

Mariscal Santa Cruz: l'unica regina boliviana del Sudamerica

Una formazione del Mariscal
Lanciato uno sguardo dall'altra parte dell'Oceano, nel 1970 la CONMEBOL presieduta dal peruviano Teófilo Salinas, trapianta in Sudamerica una manifestazione sulla scorta della Coppa Uefa, la chiama "Copa Ganadora" e la affianca alla Libertadores, diventata nel frattempo la regina incontrastata delle Americhe: l'idea alla base è quella di accendere i riflettori e dare visibilità a tutte quelle formazioni, e quei Paesi, che si dimenano alla periferia dell'impero. Le regole d'ingaggio sono chiare e piuttosto intuitive: ammesse al torneo sono le terze classificate dei principali campionati latini e le finaliste perdenti delle coppe nazionali. Brasile e Colombia, dubbiose sulla caratura tecnica del torneo, declinano l'invito e disertano la rassegna. Le rappresentati degli altri otto paesi, invece, si presentano regolarmente ai nastri di partenza e vengono sistemate in un due gruppi disomogenei: le gare del primo, composto da tre formazioni, si disputano a Quito, mentre le sedi deputate ad ospitare gli incontri del secondo, dove confluiscono le restanti cinque compagini, sono le boliviane La Paz e Cochabamba. Le vincenti dei due raggruppamenti si ritroveranno in finale.

Se l'Argentina è rappresentata dall'Atlanta, l'Ecuador dall'El Nacional, il Paraguay dal Libertad, il Perù dal decaduto Deportivo Municipal, il Cile dall'Unión Española, l'Uruguay dal Rampla Juniors e il Venezuela dal Canarias, tocca al misconosciuto Mariscal Santa Cruz l'onore e l'onere di tenere alto lo stendardo boliviano nel Continente. Negli ultimi anni "La Academia", fondata nel 1923 sotto le spoglie di Northern Football, ha vissuto un periodo piuttosto travagliato e turbolento dal punto di vista finanziario, sportivo e anche emotivo. Addirittura, nel 1958, oberato dai debiti, il presidente tedesco Kurt Koenigfest non ha trovato altra soluzione a quella tragica del suicidio. Per venir fuori dalla crisi economica che ne aveva paralizzato le attività sportive, causandone anche la retrocessioneP poi, nel 1965 il club passa nelle mani delle Forze Armate. Quell'anno, in occasione del centenario della sua morte, con un beau geste la Francia riconsegna alla  Bolivia le spoglie di Andrés de Santa Cruz, reggente della Confederazione Peruviana-Boliviana ai tempi della guerra d'indipendenza, nonchè uno dei primi presidenti della Repubblica Boliviana. E' la sua memoria che l'esercito decide di omaggiare quando cambia la denominazione del club dall'originario "Northern football" al nuovo "Mariscal Santa Cruz". 

Con l'avvento dei militari, il club, ad un passo dal baratro, risorge dalle proprie ceneri e di colpo rifiorisce: riconquistata la massima categoria, dopo averla smarrita durante il periodo di decadenza, il "Cardinal", che è stato l'ultimo porto del "Maestro" Victor Agustín Ugarte - eroe del Sudamericano vinto dalla verde nel '63 - sale sul gradino più basso del podio per tre edizioni consecutive del Campeonato Nacional. Nel gennaio del '67, poi, approdano a La Paz due argentini destinati a fare la storia degli albicelestes e di tutto il fútbol boliviano: si chiamano Juan Américo Díaz e Juan Farías. La coppia è ben assortita. Il primo, proveniente da Santiago del Estero, è torreggiante e implacabile sotto porta, tanto che in patria, impressionati da una tracotanza atletica fuori dal comune, lo hanno preso a chiamare "el Tanque"; l'altro, invece, estroso, funambolico, e sgusciante è in possesso di una "zurda" poetica con cui fa ammattire terzini e disperare portieri.
Eliseo Báez col "Tanque" Díaz
Negli anni successivi l'ossatura dei biancocelesti viene puntellata ulteriormente: vestono anche il biancoceleste anche gli argentini Gramajo e Victor Montoya, e i paraguagi Zimmerliz, portiere di sicuro affidamento, il mediano Josè Gimenez e i fratelli Báez: dei due sarà il maggiore, Eliseo, volante de creación con il vizio del goal, quello che lascerà il segno più profondo, rivelandosi l'arma in più de la Academia durante l'avventura in Copa Ganadora. Il mercato interno, invece, regala al "
Cardinal" Remberto Gonzáles e Genaro Hurtado: se  "Chembo" è uno spilungone forte nel gioco aereo a suo agio nel battagliare e fare a sportellate in area di rigore, il "Peje", tutto all'opposto, è un' ala destra rapida e brevilinea, brava a seminare il panico sulle corsie per poi scodellare palloni invitanti nel mezzo. A capitanare la flotta, in cui compaiono solo tre boliviani, c'è Felix Deheza, totem della Verde sostuito in panchina nel 1950 dall'italiano Mario Pretto proprio alla vigilia della spedizone iridata brasiliana. 

Per il Mariscal, collocato nel gruppo 2 assieme ad Atlanta, Unión Española, Deportivo Muncipal, e Rampla Junios, la prima fase si rivela parecchio agevole: in scioltezza la Academia si libera 1-0 degli argentini all'esordio, demolisce 4-1 gli uruguagi, supera di misura 2-1 i cileni e chiude la serie, concedendo il pareggio (1-1) ai peruviani. I boliviani impressionano per la mole di gioco prodotta, il sensazionale numero di reti realizzato e l'apparente facilità con cui staccano il pass per la finale con gli ecuatoriani dell'El Nacional, vincitori del grupo 1. Anche se il goal più bello lo mette a segno dal "Peje" Hurtado, quando con una sventola dai venticinque metri incenerisce il povero Olivares dell'Unión Española, dando il là alla rimonta poi completata a scapito dei cileni, il grande protagonista, e assoluto trascinatore dei paceni, è Eliseo Báez, autore di tre reti.

Curiosamente anche l'El Nacional, nato solamente dieci anni prima da un'idea del capitano di fanteria Jorge Antonio Araque, è controllato dai militari: nei primi anni di permanenza nel massimo circuito ecuatoriano, addirittura, il legame con le Forze Armate era così stretto che nella rosa rossoblu erano inquadrati alcuni elementi dell'esercito, e la squadra era conosciuta col nome di "Selección del Ejercito". Nel 1967, poi, arriva il primo titolo sotto la conduzione dell'italiano delle Americhe Vessillo Bartoli. Quell'anno Tom Rodríguez, goleador di razza, mette in mostra tutto il proprio campionario, segna sedici reti e viene nominato giocatore dell'anno in Ecuador. Tre anni dopo è lui lo spauracchio del Mariscal nella finale di Copa Ganadora. 

A Quito, tuttavia, i boliviani sanno soffrire, rimangono compatti e riescono a mantenere la porta inviolata, strappando un prezioso 0-0.  Restare in partita senza compromettersi troppo, per poi giocarsi le proprie carte in casa era, d'altronde, l'obiettivo de la Academia. Una settimana più tardi trentamila aficionados riempiono le gradinate dell'Hernando Siles. Il Cardinal, sospinto dal calore della sua gente, non diserta l'appuntamento con la storia. E' ancora una volta Eliseo Báez a salire in cattedra e prendersi il proscenio.
Uno scatto della finale
Servito da Hurtado il paraguagio prima sblocca il risultato, eludendo l'uscita disperata di Bautista, poi, nella ripresa, è glaciale nel calciare a pelo d'erba il calcio di rigore del raddoppio, proiettando la Bolivia sulla mappa del calcio continentale e scrivendo una pagina storica per tutto il movimento andino, scioccato solo qualche mese prima dalla drammatica sciagura aerea del The Strongest.  A La Paz esplode la festa. Il presidente della Repubblica Alfredo Osvaldo
Candía vuole rendere omaggio ai campioni e li invita a Palazzo Quemado. E' sicuramente il momento più nobile della storia del Mariscal, e forse, a livello di club, anche di tutto l'universo boliviano. Per il "Cardinal", sarà, invece, l'inizio della fine. Sei anni più tardi, dopo averlo prima nazionalizzato e smantellato, il dittatore boliviano Hugo Banzer ordinerà la dissoluzione coatta del glorioso Mariscal Santa Cruz, rimasta ancora oggi l'unica formazione boliviana capace di sollevare un trofeo al di fuori dei confini nazionali. 

Vincenzo Lacerenza


Fonti e foto:
historiadelfutbolboliviano.com
paginasiete.bo
historiascoperas.blogspot.com
leyendasyrelatosdefutbol.com
gol.com.bo
pasionfutbol.com
onceaonce.blogspot.com
mifutbolecuador.wordpress.com
la-razon.com
lostiempos.com

martedì 7 febbraio 2017

Il Maracanazo del Camerun

« Qui l’aurait cru, qui l’aurait cru la république populaire du Congo est championne de la coupe d’Afrique des nations de football »

Ghislain Joseph Gabio


Il Camerun alla CAN 1972
Ottenuta l'assegnazione dell'ottava edizione della Coppa d'Africa, il Camerun sa di avere addosso gli occhi del Continente Nero e, come logico, non ha nessuna voglia di farsi trovare impreparato. La gente è in fermento. Vengono appesi striscioni di benvenuto, si stampano riviste a tema e i negozi fanno a gara per adornare le vetrine con i gadget dell'evento. Anche la federazione si è mossa a dovere. Per prima cosa ha ingaggiato l'allenatore tedesco Peter Schnittger, artefice del sensazionale quarto posto della Costa d'Avorio nell'edizione precedente, che nel frattempo si è tolto pure lo sfizio di vincere una Coppa dei Campioni d'Africa al timone del Canon Yaoundè, e poi, subito dopo, ha allargato i cordoni della borsa, destinando ingenti fondi per la costruzione degli stadi di Yaoundè e Douala, le due città deputate ad ospitare la manifestazione. Infine, di comune accordo con Schnittger, per stare più tranquilli e fare bella figura si è deciso di rendere più competitiva la comitiva, richiamando agli ordini due professionisti del calibro di Jean-Pierre Tokoto e Joseph Maya, stella dei francesi dell'Olympique Marsiglia: la maestranza più cospicua è quella composta dai calciatori del blasonato Canon di Yaoundè.

I Leoni Indomabili, che non sono ancora conosciuti come tali, vengono sistemati nel gruppo A, quello riservato come consuetudine ai padroni di casa, e si ritrovano in compagnia del talentuoso Mali del Pallone d'oro Africano 1970 Salif Keita, forse la favorita per la vittoria finale, e delle matricole Kenya e Togo. Questi ultimi sono più temibili e possono aspirare a recitare un ruolo da outsider: trascinati dal formidabile Edmond Apeti, universalmente conosciuto come Docteur Kaolo, nelle qualificazioni gli Sparvieri hanno infilato uno scalpo prestigioso nel curriculum, mettendo i bastoni fra le ruote al Ghana e uscendo dal catino di Accrà con le braccia alzate e un biglietto per il Camerun in tasca. Tuttavia, niente di così proibitivo per chi non fa mistero di puntare alla corona continentale.

Nonostante le insidie annidate in partite sulla carta più che abbordabili, la fase a gruppi si rivela quasi una passeggiata per la truppa di Schnittger: il Camerun parte col piede giusto, liquidando 2-1 il Kenya nella gara inaugurale, e prosegue approfittando dell'ingenuità di un Togo sciupone per batterlo 2-0 e prenotare un posto in semifinale.
Jean-Pierre Tokoto
Nell'ultima gara col Mali, in un appuntamento che serve solamente a delineare le gerarchie del ragguppamento, tocca a Charles Léa Eyoum pareggiare la rete del maliano Fantamandy Keita, capocannoniere solitario di quell'edizione con cinque reti, e preservare la verginità dell'Omnisports, scongiurando il sorpasso all'ultima curva delle Aquile in vetta alla graduatoria. In semifinale i Leoni Indomabili se la vedranno con il Congo. Nell'altro gruppo a regnare è l'equilibrio: alle spalle dello Zaire, Congo e Marocco sono appiate a tre punti e condividono la medesima differenza reti. Il sorteggio manda in paradiso i Leoni, e spedisce all'inferno Faras e soci.


Il pubblico camerunense già pensa alla finale e prepara la festa: la semifinale viene considerata solo una fastidiosa formalità da sbrigare il prima possibile. Nell'immaginario collettivo camerunense, il Congo rappresenta la vittima sacrificale ideale. Lo scarno pedigree internazionale della selezione di Brazzaville, d'altronde, sembra avvalorare questa tesi. I Leoni, guidati da Adolphe Bibanzolou, hanno debuttato nell'edizione precedente, venendo sbattuti fuori al primo turno. E anche se possono contare sull'apporto di alcuni calciatori provenienti dall'Europa, tra cui Francois Mpelè, che nella cadetteria francese si è fatto un nome a forza di gonfiare reti al servizio dell'Ajaccio, proprio non possono intimorire. Il campo, però, come spesso accade, racconta un'altra storia. Il Camerun soffre oltremodo la maggior brillantezza e vivacità atletica dei congolesi e, alla mezzora, viene sorprendentemente punito da unaterricante staffilata dai trenta metri di Noël "Pépé" Minga Tchibinda.
François M'Pelè
Sugli spalti dell'Omnisports, leggermente bagnati da una pioggerellina intermittente, scende il gelo. Nonostante i reitarati assalti alla diligenza rossa, il fortino eretto dai Leoni regge egregiamente, e tutti gli attacchi camerunensi finiscono ineluttabilmente per essere rimbalzati da una rocciosa linea Maginot composta da Ndéngaki, Niangou, Ngassaki e capitan Ndoulou. In porta, poi, a fare i miracoli c'è Maxime Matsmima, uno a cui in patria hanno appiccicato un soprannome che è tutto un programma: lo chiamano Yachine. E non a caso. 


A cinque minuti dal tripliche fischio, in pieno forcing disperato, uno spaventoso colpo al capo mette fuori gioco il capitano camerunense Emanuel Mvè, costringendo i Leoni Indomabili a giocare in inferiorità numerica: scoppierà a piangere in ospedale quando, riacquistati i sensi, verrà a sapere dell'eliminazione dei propri compagni. E' la resa. A Yaoundè si consuma il dramma perfetto. Il Camerun precipita nello sconforto. Fatte le debite proporzioni, un'esperienza simile a quella vissuta dal Brasile dopo il Maracanazo del 1950. Il pubblico, in preda ad uno stato d'animo tra lo scioccato e lo sconsolato, abbandona con la coda tra le gambe gli spalti dell'OmnisportS, e non torna per la finale, boicottando bellamente l'ultimo atto tra i congolesi e il Mali. La Medaglia di bronzo, messa al collo dopo aver strapazzato 5-2 lo Zaire dello jugoslavo Vidinic, sarà solo una magra consolazione, cosi come quella di vedere i propri giustizieri trionfare 3-2  sul Mali dei Keita e del tedesco Weigang grazie alla doppieta di Jean-Michel Mbono, per tutti "le sorcier", e dal prezzemolino sigillo di Mpelè. In uno spettrale Omnisports, i Diavoli Rossi riceveranno il trofeo dalle mani del presidente Ahmadou Ahidjo, uno dei pochi camerunensi presenti sugli spalti quel giorno. 

Vincenzo Lacerenza






martedì 24 gennaio 2017

Gli Elefanti e la punizione esemplare di Guei

Gli Elefanti alla CAN 2000
Un golpe preannunciato - Il 24 Dicembre 1999 il presidente della Costa d’Avorio Henri Konan Bédié, fautore di quella xenofoba politica dell'”ivorianità” che aveva contribuito ad inasprire le tensioni etniche tra le genti del Nord e quelle del Sud, facendo precipitare il Paese sull’orlo di un conflitto civile, viene destituito da un colpo di stato militare. Il modus operandi è quello classico. Al grido di “Nous sommes venus balayer la maison” i golpisti capitanati dal veccho generale Robert Guei, epurato quattro anni prima dallo stesso Bediè, assumono il controllo dei centri del potere, istituiscono posti di blocco per presidiare al meglio strade e quartieri, e si prodigano nello scarcerare i detenuti politici. Poi un tronfio Guei appare in tv per il canonico discorso alla nazione, dove annuncia lo scioglimento di tutti gli organi legati al precedente governo, promette un giro di vite per ridurre la criminalità e combattere la corruzione, e si affretta a tranquillizzare la popolazione e gli operatori internazionali: garantisce la sicurezza di tutti, e rassicura i partner politici ed economici sul rispetto degli accordi in essere.
 
Preso il potere, e dopo aver invitato il popolo a mantere un tenore di vita austero e poco dissoluto attraverso una capillare e massiccia campagna di sensibilizzazione, il 4 Gennaio istituisce, e si pone a capo di un Comitato di Salute Pubblica, a cui assegna il compito di traghettare il paese verso libere elezioni. Una manciata di giorni più tardi manda il proprio in bocca al lupo alla nazionale ivoriana in partenza per la Coppa d’Africa.

Storie tese - Anche se il torneo si disputa in Ghana, gli Elefanti scelgono di effettuare il ritiro preparatorio in Guinea. Il clima nel clan ivoriano è tutt’altro che sereno. Durante una partitella d’allenamento, Blaise Kouassi sbaglia la misura di un passaggio. Il difensore del Parma e meteora romanista Saliou Lassisi, che sarebbe il destinario, è parecchio contrariato e ha un modo decisamente sopra le righe per comunicare il proprio dissenso: si avvicina al malcapitato Kouassi e gli rifila una testata, spaccandogli il labbro.
Saliou Lassisi
L’allenatore Gbonkè Tia Martin è furibondo. Al rientro in albergo lo rimprovera categoricamente, ricevendo in cambio gli insulti di Lassisi, immediatamente sanzionato e rispedito ad Abidjan, dove verrà costretto a fare mea culpa in diretta televisiva.

Nonostante un pari col Togo all’esordio, ed una perentoria vittoria sui beniamini di casa propiziata dalle reti di Kalou e Siè, il sipario sull’avventura ghanese della Selephanto cala già al primo turno. La Costa d’Avorio viene estromessa per una questione di differenza reti, ma al generale golpista poco interessa: l’eliminazione, seppur onorevole, è comunque intollerabile e disdicevole. Attorno alla nazionale, infatti, si erano radunate aspettative mirabolanti, e pochi ivoriani si sarebbero immaginati un ritorno a casa così precoce. Ad esempio il popolare giornale Le Patriote, che si sbilanciava e prefigurava addirittura una finale degli uomini di Gbonkè, scrive senza un filo di rammarico frammisto ad indignazione “toutes les dispositions avaient été prises pour voir les Eléphants barrir au soir du 13 février

Punizione esemplare -  Il volo di rientro, destinato ad atterrare ad Abidjan, viene dirotatto verso la capitale Yamoussokro. Quando sbucano dalla fusoliera, anzichè il presidente federale Dieng Ousseynou, gli Elefanti trovano ad attenderli un nutrito capannello di militari: ufficialmente sono lì per scortare i giocatori e tenerli al riparo dalle intemperanze di qualche scalmanato tifoso. Ma la realtà è un’altra. Ibrahima Bakayoko, stella della nazionale e dell’Olympique Marsiglia, e i compagni, vengono caricati su delle camionette e trasportati coattivamente nel rinomato campo militare di Zambrako.
Ibrahima Bakayoko
La giunta militare di Guei non ha perdonato la figuraccia fatta in Ghana: accusati di scarso patriottismo dopo aver intascato l’anticipo sui premi partita, i calciatori vengono trattenuti per due giorni e due notti (inizialmente era prevista una settimana) e sono costretti ad affrontare un cosiddetto percorso di rieducazione civica.

Gli Elefanti, tra cui ci sono anche Alain Gouamene, l’eroico portiere protagonista del trionfo del 1992, e il cugino di Drogba Olivier Tebily, vengono sottoposti alla ferrera e inflessibile disciplina imposta dai militari: svegliata all’alba, la comitiva ivoriana deve ossequiare alla tradizionale cerimonia del “lever des couleurs”, ed è obbligata ad eseguire pedissequamente le  disposizioni impartite dagli ufficiali.

La fine dell'incubo - Dopo quarantotto ore di detenzione coatta, la Selephanto abbandona il campo di Zambrako e va a sfilare militarescamente sotto gli occhi di Guei ad Abidjan. Prima di ottenere l’agognato rompete le righe, e quindi il permesso di poter raggiungere le rispettive squadre di club, i calciatori devono anche sorbirsi la paternalistica predica del Capo dello Stato, che alla vigilia della Coppa d’Africa aveva chiesto loro di “giocare con il cuore e con i piedi”: “Questa è l’ultima volta che tolleriamo una cosa del genere. La prossima volta rimarrete per tutta la durata del servizio militare, vale a dire diciotto mesi. A bon entendeur, salut!“, chiosa minacciosamente il Presidente golpista, mentre si librano nell’aria le note dell’Abidjanaise, l’inno nazionale ivoriano.
 
In tutta questa faccenda la CAF, presieduta da Issa Hayatou, si girerà dall’altra parte e non muoverà un dito, lasciando alla FIFA l’onere di ammonire ufficialmente le autorità sportive ivoriane.

Vincenzo Lacerenza 

Fonti:
liberation.fr
francefootball.fr
sofoot.com