domenica 4 gennaio 2015

THE LITTLE MAGICIAN - Prima parte


Russell Latapy
Una marea rossa affolla gli spalti del Queen's Oval. Trentamila cuori battono all'unisono al ritmo di soca. Tutti osservano la palla. Sul cronometro è il ventesettesimo. Un imberbe virgulto della squadra di casa riceve palla. E' al limite dell'area, qualche passò più in là c'è la lunetta, forse un po' defilato; controlla, orienta la sfera e lascia partire un destro. Cosi, di primo pelo, senza paura. Secco, pulito, senza troppi fronzoli. La postura però non è l'ideale: corpo leggermente all'indietro, baricentro basso. Sarà la fretta dettata dal pressing, sarà l'emozione suggerita dall'ansia del "non l'ho mai fatto prima", fatto sta che il risultato non può che essere uno: alto. Ma non altissimo. Le telecamere indugiano su quel viso dalle fattezze adolescenziali, poi la regia americana manda una didascalia in sovraimpressione. E' gialla, caratteri cubitali ben distinguibili, dove si legge: Russell Latapy.

Un giovanissimo Latapy
Ha il dieci sulle spalle, movenze eleganti, un taglio di capelli ostentatamente afro e lo sguardo del predestinato. Passano cinque giri di lancette. La sfera si sposta a centrocampo. La intercetta un ragazzo alto in uniforme bianca. E' bianco, ha il fisico statuatario e quell'arroganza imperialista tipica di chi si sente padrone del mondo. Da questi parti li ribattezzano gringos, o tutt'al più yankees. E' Paul Caligiuri, gioca nel Meppen, dove si è accasato reduce da un'esperienza fugace e infruttuosa all'Amburgo. Lui e Vermes sono gli unici due a fare i calciatori a tempo pieno. Gli altri, bè gli altri, sono un'accozzaglia di ragazzini svezzati dal college, tirati su a forza di McDonald e Coca Cola, sogni americani e fanculo ai comunisti. Ma sopratutto è statunitense, è un calciatore della nazionale e quel 19 Novembre 1989 sta affrontando il Trinidad e Tobago nell'ultima partita del girone di qualificazione verso i mondiali italiani dell'anno successivo. Si fa strada tra la selva di dreadlock, con una finta di corpo si sbarazza di un avversarsio, poi si appresta a calciare. La porta la vede, compare all'orizzonte, saranno trenta metri. Quello che lo preoccupa di più però è il rimbalzo innaturale della sfera: la palla s'impenna a mezza spanna da terra. Un effetto a rientrare, una mattana della gravità. Calcolarne la balistica sarebbe troppo scientifico, serve agire d'impulso, sullo slancio emotivo. Fisiologicamente, trascinato da sensazioni e precezioni, il sinistro impatta il cuoio roteante. Parte un arcobaleno di un solo colore, arquato quanto basta, potente quanto serve. Se all'incrocio dei pali c'era una ragnatela, adesso non c'è più. Sfuma il sogno soca, si riaccende quello yankees.

Paul Caligiuri festeggiato dai compagni
Costa Rica 11, Stati Uniti 11, Trinidad e Tobago 9. Staccano il pass solo le prime due classificate. Sarebbe bastato un punto, e invece ad Italia'90 ci vanno gli Stati Uniti. A fine partita Latapy conquista nuovamente il favore delle cineprese. E' adagiato sul prato, non piange, ma vorrebbe farlo. Gli occhi sono sempre quelli del predestinato: malinconici il giusto, lucidi il normale, sintonizzati sul futuro e in cerca di rivincite. Poi farà una capatina nella spogliatoio, una doccia intrisa di rimpianti, prima di spostarsi sulle rive tiepide del fiume St.Ann. Solo con se stesso e i suoi fantasmi, farà scorrere chissà quante volte il film di quello che poteva essere e non è stato, magari ripenserà al tiro spentosi in tribuna proprio cinque minuti prima della rete che ha segnato il match. O forse se ne starà in riva al St.Ann, non pensando a nulla, convinto che una nazionale e una nazione così prima o poi avranno la loro occasione. Quando hai ventuno anni sai che prima o poi arriverà la tua chance. Non conosci tempo, luogo, come e perchè: dettagli. Basta avere fede e speranza.

Adagiato sulla sponda destra del fiume St.Ann, e non molto lontanto dal centro di Port of Spain, sorge Laventille, o La Ventaille, perchè qui gli alisei spirano forte. Casupole di argilla abbarbicate sulla collina fanno da soggetto all'affresco disegnato tra le narcisistiche onde del golfo di Baria. Tetti rudimentali foderati dall'afa si alternano a palme sollazzate e smussate a ritmo di soca dalla frescura degli alisei. Qui, in questa bindoville caraibica, puoi toccare con mano tutte le contraddizioni di questa piccola grande fetta di Trinidad: mercati improvvisati con prezzi ad personam o ad gringos, automobilisti incuranti della segnaletica, armi sbandierate come nulla fosse, ma anche e sopratutto echi di steel pan. Non il posto più sicuro del mondo, anzi uno dei più pericolosi, come indica una ricerca del Guardian, ma anche la culla di tutte le più famose steelbands del globo, nate sulle vestigia di Winston "Spree" Simon, padre della musicalità dichiaratamente trinidadiana.


Latapy con la maglia del Porto
E pensare che a diciannove anni Latapy l'occasione per emigrare assecondando i suoi sogni ce l'avrebbe anche, ma non se la sente di tranciare di netto il cordone ombelicale con la sua terra.
A bussare alla porta, nel 1987, è la Florida International University. L'offerta è allettante: possibilità di frequentare uno dei campus più prestigiosi degli Stati Uniti ed un contratto da professionista con una franchigia americana soltanto da vidimare. Manca solo il nero su bianco. La firma di Latapy, però, non arriverà mai. Russell è un ragazzo di Port of Spain, con la testa sulle spalle e con un'esistenza forgiata nel quartiere di Laventille. La famiglia, e sopratutto la madre, con cui Russell ha un rapporto speciale, spingono per il no. Difficile contrariarla, il rifiuto appare l'unica strada percorribile. Si resta al Trintoc, società trinadiana con cui conquista quattro titoli: due titoli nazionali ed altrettante coppe. Ma è solo questione di tempo, due anni più tardi inizia ad esportare bacchetta e cilindro: viene ingaggiato dai giamaicani del Portmore United. La carriera è in rapida ascesa, due anni in Giamaica per prendere confidenza con un livello calcistico più alto ed è subito pronto ad assaggiare il soccer del Vecchio Continente. E' il 1990, qualche mese dopo la terribile delusione di Port of Spain, Latapy torna a sorridere, firmando il suo primo contratto europeo. Dall'altra parte dell'Oceano lo cercano in molti. Alla fine ad assicurarsi le prestazioni del funambolo trinidadiano sono i portoghesi dell'Academica. Nel Beira Litoral conosce Vitor Manuel, allenatore della Briosa e uomo fondamentale per la sua crescita. Calca i campi della seconda divisione portoghese

regalando i primi assaggi delle propria classe alla platea europea. Resta quattro anni, tutti in seconda divisione. La sua parte però la svolge, come sempre, egregiamente: alla fine saranno centoventisette presenze condite dal lusinghiero bottino di trentadue reti. Non consetiranno all'Academia di svolazzare nei cieli tersi del massimo campionato, non permettarano ai bianconeri di Coimbra di conoscere l'agape della risalita dagli inferi, ma gli varranno ugualmente il passaggio al Porto, una delle più blasonate società calcistiche del paese.

Centodiciotto chilometri, quelli che separano Coimbra da Oporto, tanto misura il salto di qualità di Latapy. Se a Coimbra a forgiarne il carattere era stato Vitor Manuel, nella "Capitale do norte" il mago trinidadiano trova un altro pigmalione d'eccellenza: quel Bobby Robson capace di guidare l'Ispwich Town al successo nell'edizione della Coppa Uefa 1980/1981. L'avventura con i Dragoes non sarà esaltante a livello individuale: il Porto è una grande squadra e come tale ragiona e si comporta. Se ti volti a destra trovi Ljubinko Drulovic, se reclini il capo nella direzione opposta puoi scorgere l'infinito, si perchè non è un otto quello cucito sulle spalle di Rui Barros. Se alzi la testa all'orizzonte ti si potrebbe profilare la nuca di Ronald Baroni o il ricciolo selvaggio di Sergei Yuran. O magari potrai cogliere l'istate in cui Folha ubriaca l'avversario di turno con uno dei suoi proverbiali virtuosismi. Insomma, basta osservare per capire di essere in un'altra dimensione: non più quella accomodante e senza troppe pretese di Coimbra, ma quella più esigente e al tempo stesso prestigiosa del grande palcoscenico.
La concorrenza è folta e agguerrita, i fuoriclasse tanti, le maglie a disposizione poche e le presenze da enumerare con il contagocce. A fare però da contrafforte alle sole sei marcature in maglia biancoazzurra sono i successi collettivi: vincerà due titoli portoghesi consecutivi. Coi Dragoes arriverà anche ai quarti di finale di Coppa delle Coppe 1995, dove avrà modo di incrociare tacchetti e destini con la Sampdoria e con Roberto Mancini, giudicato come "il migliore giocatore contro cui ho mai giocato su un campo da calcio".


Latapy in azione con il Boavista
Il destino però è renitente all'espatrio dal Portogallo e da Oporto. Tutta questione di sfumature e sfaccettature: assaporata quella più accesa e abbagliante è tempo di degustare quella più tenue, delicata, di antica nobiltà e con una fantasia a scacchi. Dai Dragoni alle Pianteras, letteralmente le pantere, appellativo con cui è noto il Boavista, l'espressione calcistica se vogliamo più bohemien della città. Della pellicola del trinidadiano in maglia a scacchi bianchi e neri si ricordano due fotogrammi, legati entrambi a due conquiste leggendarie: la Taca de Potugal 1997, sfilata alle bramosie del Benfica e la Supercopa Candido de Oliveira, l'equivalente della nostra Supercoppa sollevata in faccia ai visi affranti degli ex compagni del Porto.

Latapy festeggia la conquista del titolo con l'Hibernian
Siamo nel 1998, è Giugno e fa molto caldo. Il telefono squilla e dall'altra parte del filo c'è Alex MC Leish, allenatore dell'Hibernian. Tra buoni intenditori, si sa, lo dice pure un proverbio, bastano poche parole, inutile argomentare più di tanto, ci si capisce al volo. E Latapy sa benissimo che è giunta ora di cambiare aria e area, di dare una sterzata alla traiettoria della sua carriera. Che poi più che sterzata è una virata, secca e decisa, senza tentennamenti o incertezze, senza dubbi e paure. Senza se e senza ma. Si va in Scozia, all'Hibernian. Vista in cartolina Edimburgo non somiglia vagamente nè a Port of Spain nè tantomento ad Oporto. Dal vivo l'escursione emozionale è se possibile ancora più ampia. Cieli plumbei, foschia sullo fondo, atmosfere immalinconite dal grigiore diffuso. Insomma una location che poco si attaglia con le treccine afro, i ritmi soca e l'essere caraibico di Latapy. Una cacofonia di suoni e colori, un ossimoro di rimandi e significati. In molti scommetterebbero su un fallimento del trinidadiano, magari piegato dai morsi della saudade. In molti, se così fosse, non raccoglierebbero nulla. Perchè Russell, in Scozia, farà vedere le cose migliori della sua carriera. Almeno in campo, dove nella stagione 1998-199 risulterà tra gli artefici della vittoria del titolo, venendo insignito del premio come "Miglior giocatore dell'anno".

To be Continued....

Vincenzo Lacerenza

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