martedì 7 aprile 2015

La dura legge del Berta non fa sconti alla Juve nell'anno del primo trofeo viola

Fiorentina-Juventus 3-0 (Firenze, 09/06/1940, semifinale Coppa Italia)
La Fiorentina con la Coppa Italia ('39-40)

Fiorentina: Griffanti, Da Costa, Piccardi, Ellena, Bigogno, Poggi, Menti, Morselli, Celoria, Baldini, Tagliasacchi. All: Rudolf Soutschek

Una formazione della Juventus ('39-40)
Juventus: Bodoira, Foni, Rava, Depetrini, Varglien II, Varglien I, Bellini, Borel II, Tomasi, Capocasale, Gabetto. Allenatore: Umberto Caligaris

Marcatori: Celoria 61', 77', Baldini 81'.

Arbitro: Berlassina R.

Rudolf Soutschek
Collaudata ormai la formula simil FA Cup, la settima edizione della coppa nazionale si rivela foriera di sorprese e prime volte. Su tutte la favola del Macerata, formazione marchigiana di serie C, costretta ad alzare bandiera bianca soltanto con la Lazio all'altezza degli ottavi di finale. A destare stupore ed ad attrarre le attenzioni degli sportivi è anche la cavalcata della Fiorentina. Con Rudolf Soutschek, tecnico della promozione che, negli anni 20', sedette sulla prestigiosa panchina della Pro Vercelli, in plancia di comando, la Viola mette in mostra un'armonica organizzazione di squadra, imperniata sulla spina dorsale composta da Griffanti, Bigogna e Celoria. L'inizio è in discesa: ai sedicesimi, i modesti liguri del Manlio Cavagnaro, vengono annichiliti con un tennistico 7-1. Le pendenze cominciano ad impennarsi a partire dal turno successivo: nei quarti di finale, come da tabellone, l'avversario da fronteggiare sarà il [1] Milan. A San Siro Buscaglia I gela la Viola, poi però , un quarto d'ora più tardi, Antona pareggia i conti e trascina la gara ai tempi supplementari. Nulla di fatto: per stabilire la vincente si rende necessaria la ripetizione. Il replay, per dirla nello slang dei sudditi di Sua Maestà, va in scena una settimana più tardi. Nel capoluogo toscano non c'è storia: la Fiorentina domina in lungo e largo e sventola la più classica delle manite sotto gli occhi dell'affranto undici rossonero, volando così ai quarti di finale. Nuovo giro, nuova rivale di lusso: ad attendere i calciatori gigiliati c'è la Lazio. Ma si gioca al Giovanni Berta.
Luigi Griffanti
E, si sa, tra le mura amiche, la Viola è un caterpillar: asfaltati con secco 4-1, anche gli aquilotti saggiano sulla propria pelle la truculenta forza casalinga degli uomini di Soutschek. Che, in campionato, da buona neopromossa, sono invischiati nella lotta per non retrocedere: con ventiquattro punti raggranellati, medesimo bottino di Napoli e Liguria, sarà la migliore differenza reti di viola e azzurri, a relegare in Serie B la compagine ligure. Di diversa natura invece il campionato della Juventus: i bianconeri concludono il torneo appollaiati sul gradino più basso del podio, alle spalle del Bologna e dell'Ambrosiana-Inter, campione d'Italia. Parabole opposte e destini paralleli. Che s'incontrano e si scontrano in Coppa Italia: superate in scioltezza Biellese, Roma e Brescia, sul tabellone, le linee bianconere corrono e s'intersecano, fino a congiungersi con quelle viola. Favorita, come ortodossia vuole, è la Vecchia Signora, ma la Viola ha un vantaggio mica da ridere: la gara secca, da cui uscirà la prima finalista della manifestazione, si giocherà al Giovanni Berta, dove i gigliati hanno già ottenuto, a suon di goleade, i prestigiosi scalpi di Milan e Lazio. E, la Juve, non sfuggirà alla dura legge dello stadio fiorentino. 

Alfredo Bodoira
Nell'impianto, intitolato alla memoria di un gerarca fascista, affollato da settemila baldanzosi spettatori, per un incasso  complessivo di quarantamila lire, la Viola rompe subito gli indugi: pronti-via e Baldini con una affilatissima conclusione rasoterra fa correre i brividi lungo la schiena di Bodoira, salvato nell'occasione da un non meglio identificato difensore bianconero. Ma è solo l'inizio: la Juventus intimorita ed impacciata fa fatica ad imbastire trame offensive, mentre la Fiorentina, tonica e col morale a mille, dopo la salvezza conquistata, annusa l'impresa e attacca a testa bassa: al 20' Celoria, con un gran bolide dal limite, chiama ancora in causa Alfredo Bodoria, estremo difensore svezzato nel vivaio della Vecchia Signora. La Juve non riesce a scuotersi, ma la Viola non riesce a concretizzare l'elevata mole di gioco prodotta: alla mezzora è Giuliano Tagliasacchi, centravanti prelevato dalla Pistoiese, a pasticciare a tu per tu con il numero uno bianconero, fallendo così una monumentale occasione da rete. Si va cosi negli spogliatoi in perfetto equilibrio. Umberto Caligaris, tecnico alla prima ed unica stagione al timone della Juventus, squadra a cui, insieme al Casale, aveva legato le sue principali fortune da calciatore, prova a a lavorare sulle menti dei suoi calciatori. 
Mario Celoria
Ma anche sulla tattica: dalla stanza dei bottoni comincia a smuovere qualcosa. Subito un accorgimento: Gabetto dall'ala al centro e, viceversa, Tomasi dal centro all'ala. Lo scambio dei ruoli sembra dare ragione al tecnico: la Juventus acquista fiducia, alza il propeio baricentro e tenta qualche sortita offensiva. Su una di queste la Viola potrebbe capitolare: Gabetto s'invola verso la porta viola, Griffanti gli si fa incontro e si tuffa alla "speroindio"; l'avanti bianconero con un tocco delizioso lo scavalca, ma proprio quando la palla sta per insaccarsi fatalmente in rete, il rapidissimo Piccardi riesce, con un prodigioso intervento, ad impedire la segnatura juventina. Passato il tuffo al cuore, la Fiorentina si riscopre cinica e assetata di vittoria. E al 61' capitalizza: Celoria detta il passaggio, Morsetti pesca il movimento e lo imbecca; per l'ex attaccante di Casale e Alessandria, già protagonista nei precedenti rurni, è un gioco da ragazzi impallinare un impotente Bodoria. La partita esplode: la Juve getta a mare la zavorra e si vota completamente all'attacco, mentre la Viola attende sorniona il frangente propizio per congelare il risultato e la qualificazione.
Varglien II, detto Nini
Occasione che si palesa al 77': prorompente discesa sulla fascia di Tagliasacchi, sfera catapultata nel cuore dell'area di rigore, dove è ancora il piede caldo d'un Celoria in grande spolvero a fulminare Bodoria. Non bastasse il doppio svantaggio,  a tagliare ulteriormente le gambe dei piemontesi ci pensa l'infortunio occorso a Varglien II: Nini, con un passato alla Fiumana e un futuro al Palermo, contuso e dolorante, abbandona il terreno di gioco, lasciando i suoi in inferiorità numerica. Piove sul bagnato per una Juve che prima del triplice fischio finale incassa anche la terza rete. Protagonista ancora Celoria: l'attaccante viola esplode un destro terrificante, Bodoria si oppone come può; sulla respinta corta si avventa, con l'acquolina in bocca, Baldini, che con un tocco di piatto fissa il punteggio sul definitivo 3-0. 

La premiazione della Viola
E' il preludio a quello che succederà da li a pochi giorni: il 17 Giugno, una rete dell'implacabile Celoria, regolerà il Genoa, regalando alla Viola e a Firenze il primo trofeo della propria storia.


Vincenzo Lacerenza


[1] A partire dal Febbraio del '39 e sino al termine del secondo conflitto mondiale, il Milan, su imposizione coatta dell'autorità fascista, assunse la denominazione di Associazione Calcio Milano: tale procedura mirava a rimarcare "l'italianità" delle compagini calcistiche.

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