sabato 6 giugno 2015

Quando "El Barca de las cinco copas" travolse la Juventus in Coppa Latina

Barcellona-Juventus 4-2 (Parigi, 26/06/1952, Coppa Latina, semifinale)
"El Barca de las cinco copas"

Barcellona: Ramallets, Martin, Biosca, Seguer, Escudero, Bosch, Basora, Cesar, Rodriguez, Vila, Kubala, Manchon. All: Daucik
Una formazione della Juventus ('51-52)

Juventus: Viola, Bertuccelli, Manente, Mari, Ferrario, Piccinini, Muccinelli, Hansen, Boniperti, J. Hansen, Praest. All: Sarosi

Marcatori: Manchon 3', Basora 23', Boniperti 41', rig. Kubala 50', aut. Ferrario 54', Boniperti 80'.

Arbitro: Vincenti (Fra)

E' passato ormai più di mezzo secolo dal primo confronto, semiufficiale, tra Barcellona e Juventus. Corre l'anno 1952 e mentre nel mondo gli Usa varano l'USS Nautilus, il primo sommergibile nucleare, e la rivista Life pubblica il romanzo dal titolo "Il Vecchio e il Mare" che, negli anni a venire, varrà al proprio autore, l'immaginifico Ernest Hemingway, il Premio Pulitzer e a seguire anche il Nobel, la scena calcistica italiana, si ritrova ad essere monopolizzata, ancora una volta, dalla Juventus. 
Jesse Carver intento ad armeggiare con la lavagna tattica
E pensare che la stagione, in casa bianconera, non inizia sotto i migliori auspici: Jesse Carver, vate del gioco a zona, stratagemma tattico grazie al quale aveva permesso alla Vecchia Signora di cucirsi il tricolore sul petto al culmine della stagione '49'-50', non è in sintonia con la società. Ai ferri corti si è arrivati per questioni legate al mercato: il tecnico inglese vorrebbe liberarsi della colonia danese, ritenuta ormai logora e incapace di ripetersi. Ma non solo: per portare nuova linfa vitale nell'organico, propone alla dirigenza il nome dell'interista "Veleno" Lorenzi. Dal canto suo la società prosegue dritta per la propria strada, facedo orecchie da mercante e mostrandosi insensibile alle sollecitazioni, sempre più frequenti, dell'"innovatore", aggettivo ricamatogli addosso dalla stampa di settore. Rapporti usurati, tensioni, divergenze di vedute. Che in realtà, a dirla tutta, sono reciproche: gli Stati Maggiori bianconeri hanno incominciato a malsopportare il dogmatico rifiuto al sistema del fumantino manager britannico , specie dopo il deludente terzo posto, alle spalle di Inter e Milan, conseguito nella stagione '49-50. Insomma, per i fuochi d'artificio, manca solo la miccia. E la goccia che fa traboccare il vaso non si fa attendere: intercettato dai cronisti, l'albionico e caparbio allenatore, si serve delle colonne dei principali quotidiani specializzati per lanciare stilettate al vetriolo ai propri datori di lavoro. Per Gianni Agnelli, giovane, ma già arguto e saggio presidente, subentrato nel 1947 a Piero Dusio, la soglia della decenza è oltrepassata: Carven viene silurato, pagando dazio la propria incontinenza verbale, ed al suo posto, la panchina della Vecchia Signora, viene affidata, pro-tempore, al tandem composto da Giampiero Combi, direttore tecnico e Luigi Bertolini, allenatore del vivaio bianconero. Questione di qualche mese. 
Gyorgy Sarosi
Poi, assestati gli scossoni, calmate le acque e rasserenato l'ambiente, a Dicembre i tempi sono finalmente maturi per rimettere le sorti della Juventus nelle mani di un vero condottiero: il prescelto è Gyorg Sarosi, bandiera del Ferencvaros ed ex colonna della selezione ungherese, alla quale aveva contribuito a darne lustro sino al 1948.  Il novello tecnico ungherese, approdato a Torino dopo aver sperimentato le asperità della gavetta tra Bari e Lucca, è forse una punta meno geniale di Carven, ma il tutto è compensato da una maniacale meticolosità nei dettagli e nella preparazione fisica: tant'è vero che si fa accompaganre anche da un preparatore atletico di sua fiducia, il fiorentino Comucci. Prese le redini della squadra tra le mani, con un leggero ritardo - alcuni contrattempi ed imprevisti di natura burocratica rimandano la data d'insendiamento al 2 Dicembre, giorno in cui peraltro è in programma il sentitissimo derby della Mole - la Vecchia Signora inizia a volare: complice un entusiasmante girone di ritorno, con tanto di tennistico 6-0 rifilato agli acerrimi rivali granata, e perentorio 3-1 inflitto nel cruciale scontro diretto con il Milan, il sodalizio piemontese si cuce il tricolore sul petto con ben tre giornate d'anticipo. Paradossalmente, gli uomini al soldo di Sarosi, si laureano campioni d'Italia, uscendo con le ossa rotte da San Siro. Quella rimediata nell'impianto milanese, dove l'Inter, a caccia del secondo posto, s'impone per 3-1, è, infatti, una sconfitta al miele: il contemporaneo pari del Milan, all'Olimpico con la Lazio, consegna airitmeticamente il tricolore nelle grinfie della Signora d'Italia. 
Ferdinand Daucik
Se per la Juventus, scudettata, quell'annata è da ritenersi positiva, in Spagna, a brindare è il Barcellona. In Catalogna, la ciurma plasmata da Ferdinand Daucik - pilastro della nazionale cecoslovacca che tanto spaventò l'Italia fascista ai campionati mondiali del '34 - non si accontenta del titolo nazionale, conquistato dopo un febbrile testa a testa con i baschi dell'Athletic Bilbao: bulimici, i blaugrana, fanno il pieno d'argenteria, ornando la bacheca anche la Coppa del Generalismo. Dopo un percorso netto, in cui a farne le spese sono Atletico Madrid, fatto sloggiare agli ottavi e Real Sociedad, triturato dall'atomica delantera catalana con un impressionante 13-1 aggregato, in finale tocca al Valencia confrontarsi con l'onda d'urto culets. A Chamartin, storica dimora del Real Madrid, il Valencia non pare soffrire il tradizionale miedo escenico: una doppietta di Badenese gela il pubblico barcelonista, portando avanti di due reti los Taronges. La replica è veemente: Basora e Villa trascinano la contesa ai supplementari, dove Kubala e Cesar, completando l'opera, consentono al Barca di centrare il doblete. Sollevata al cielo la Copa del Generalismo, però, i titoli di coda della stagione sono ancora ben lontani dallo scorrere. Da tre anni infatti, nata da un'idea delle federazioni calcistiche italiana, spagnola, francese e portoghese, riunite in seduta comune, in estate impazza la Coppa Latina: in ortodossia con i ditktat delle Final Four (semifinali e finali), i quattro campioni nazionali delle federazioni sopracitate, si contendono, in tempi in cui la Coppa dei Campioni era ancora in di là da venire, lo scettro più ambito dell'epoca. Una coppa che, dopo le prime due affermazioni di Barcellona e Benfica, nel 1951 transita per la prima volta nel Belpaese: ad aggiudicarsela è il Milan, che la strappa in finale all'Athletic Bilbao. Trecentosessantacinque giorni più tardi, è la Juve ad avere l'onore e l'onore di rappresentare lo Stivale nella kermesse. E la scalata comincia subito dal gradino più impervio: in semifinale i piemontesi incontrano il temibile Barcellona del double. 
Confermati i dubbi della vigilia, su un suo eventuale impiego, Sarosi deve fare i conti con il forfait di Carlo Parola: lo stopper azzurro d'innata eleganza, la cui celeberrima rovesciata, sfoderata in un Fiorentina-Juventus del 50', ha fatto epoca, arrivando persino a contrassegnare l'altrettanto famigerato album di figurine Panini, viene rimpiazzato da Rino Ferrario, possente difensore di cui si sprecavano i soprannonomi: per alcuni era "mobilia", nomignolo appioppatogli per via della gens - i suoi genitori erano infatti mobilieri; altri, più cavallerescamente, invece preferivano riconoscerlo come "Leone di Belfast", memori di una sua perentoria e strenua difesa opposta valorosamente durante un incontro nella capitale nordirlandese.
Ladislao Kubala
Pronti via, agli ordini del fischietto corso Vincenti, al 3' l'assenza del totem difensivo bianconero, diviene subito lampante: scorribanda sulla destra di Ladislao Kubala - uomo dalle mille contraddizioni, intorno alla cui figura è tutt'un fiorire di anedotti, dotato di talento calcistico cristallino - e palla verso sinistra, dove, l'accorrente Eduardo Manchon, detto la "Bicicleta", a motivo delle sue eccellenti doti tecnico-balistiche, piazza la zampata vincente, infilando la sfera alla sinistra di Viola. La Juve è frastornata, abbacchiata, pare essere rimasta ancora con la testa negli spogliatoi. E, ringalluzziti dal vantaggi trovato, i blaugrana cavalcano l'onda dell'entusiasmo e trovano il raddoppio: scarico dalla destra, controllo di Estanislao "El Pipo" Basora, illusionista del futbol, dallo stile particolarmente aggraziato e dalle finte ammalianti,  che, senza pensarci su due volte, esplode un pepinazo che va ad insaccarsi all'incrocio dei pali, li dove, nemmeno contorcendosi in tuffo, può arrivare l'esterrefatto estremo bianconero. Partido sentenciado direbbero in Spagna. E invece no. I campioni d'Italia, con orgoglio, grinta e determinazione, tentanto di invertire la rotta dell'incontro, finora accomodante  ali interessi catalani: è Boniperti, al tramonto della prima frazione, a raccogliere la sponda aerea di Karl Hansen- regista dalle attitudini offensive prelevato qualche anno prima dall'Atalanta - e segnare il punto della speranza. Progetti di rimonta, ipotesi di aggancio, velleità di sorpasso. Piani bianconeri scompaginati dopo apepna cinque giri di lancette nella ripresa: uncinato Manchon in area di rigore da un terzino bianconero non meglio definito, il sig. Vincenti decreta la massima punizione in favore degli spagnoli. 
Estanislao Basora
La Juve non ci sta: si crea un po' di maretta, volano paroline infuocate e si formano capannelli di uomini attorno al direttore di gara. Per porre fine alle fibrillazioni, il fischietto corso decide di consultarsi con uno dei due segnalinee: un concidiabolo concitato, qualche disamina, nessun dubbio. Arriva la decisione: il rigore è confermato. Della trasformazione se ne incarica Kubala, che non si fa ipnotizzare: tre a uno. Con la gara ormai compromessa, l'undici torinese sbanda, si sfilaccia, e lascia enormi vuoti nelle retrovie. Su uno di questi svarioni arriva anche il quarto sigillo blaugrana: Kubala fa il bello e il cattivo tempo sulla fascia, tocco corto per Basora; questi di prima intenzione scaraventa un tracciante nel mezzo, sul quale, un goffo Ferrario, proprio lui, il sostituto di Parola, interviene e, inavvertitamente, indirizza la sfera nella porta sbagliata. 
Giampiero Boniperti
La più classifica delle autoreti chiude di fatto l'incontro: la Juve fallirà anche un penalty con John Hansen, prontamente neutralizzato da Antoni Ramallets - uno, per capirci, capace di vincere per ben cinque volte il Trofeo Zamora [1]  - e a nulla, se non ad alleggerire il passivo, servirà la rete nel finale di Giampiero Boniperti, l'ultimo ad alzare bandiera bianca. Delusione tremenda per la Vecchia Signora, gloria invece per i blaugrana: avendo ragione dei francesi del Nizza in finale - avversario peraltro già regolato in un altro epilogo, quello della Coppa Martini e Rossi [2] - grazie ad una realizzazione di Cesar Rodriguez, il Barcellona inanellerà il suo quarto trionfo stagionale. Ma neache il poker di trofei, sazierà gli appetiti azulgrana: avendo realizzato l'accoppiata campionato-coppa, i catalani furono insigniti, automaticamente, anche con la prestigiosa Copa Eva Duarte, una sorta di Supercoppa spagnola ante litteram. Quest'ultima conquista, la quinta di un'annata memorabile, valse alla squadra l'appellattivo di "El equipo de las cinco copas". Uno squadrone, quello catalano, imperniato attorno ad una delantera forse irripetibile, o forse no (vedi la MSN): Basora, Kubala, Cesar, Manchon e Moreno, infatti, sono giocatori, che tutti assieme, rischiano di passare una sola volta nella vita. 

Vincenzo Lacerenza 

Note: 

[1] In omaggio al "Divino" Ricardo Zamora, leggendario portiere spagnolo attivo tra gli anni '20 e '30, questo riconoscimento viene assegnato al miglior estremo difensore della Liga: criterio discriminante sono le reti incassate.

[2] Messa in palio dalla nota italiana azienda di bevande, la Martini Rossi appunto, la coppa, a carattere amichevole, si disputò tra gli anni 40' a 50': al Barcellona, a turnazione, venivano opposte le più svariate compagini continentali. Teatro degli incontri era il Les Courts, vecchio impianto blaugrana.

Fonti fotografiche:

blogdelbarca.com
albi-giochi.com
giulemanidallajuve.net
fcbarcelona.com
indipendent.co.uk
findagrave.com
wikipedia.it

 

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