venerdì 7 agosto 2015

"Dios jugó para Boca": quando il Cruz Azul sfiorò la Libertadores

Boca Juniors-Cruz Azul 3-1 dcr (28/06/2001, Copa Libertadores, finale di ritorno)
Il Cruz Azul alla Bombonera

Boca Juniors: Cordoba, Bermudez, Rodriguez, Ibarra, Matellan, Traverso, Serna, Riquelme, Gaitan, Villareal (46' Gimenez), Delgado. All: Carlos Bianchi

Cruz Azul: Perez, Angeles, Gutierrez, Almaguer, Brown, Pinheiro, Hernandez, Campos ('Mora 66'), Galdames, Palencia, Cardozo. All: Josè Trejo

Marcatori: Palencia 45'

Arbitro: Gilberto Hidalgo (PER)

Per le formazioni messicane, come da prassi ormai consolidata, prima di accedere al tabellone definitivo della Copa Libertadores, c'è un ostacolo da superare: il barrage dal vago sapore di roulette russa con le compagini venezuelane. Si gioca con la formula del girone all'italiana: quattro squadre, due per ogni paese, si sfidano in gare di andata e ritorno; completano il quadro delle trentadue elette solo le prime due del raggruppamento. A rappresentare il paese centroamericano, scaldano i motori ai nastri di partenza, il Cruz Azul, campione in carica e l'Atlante, mentre il Deportivo Tachira, fresco vincitore del titolo nazionale, e il Deportivo Italchacao, giunto appena dietro ai campioni,  sono i due collettivi vinotinto designati per tenere alto il vessillo venezolano in giro per il Subcontinte. Come da pronostico, il Cruz Azul, non delude, centrando in scioltezza la tanto agognata qualificazione alla fase a gironi: Maquina Celeste e Deportivo Tachira, appaiate in vetta a quota dodici, staccano di tre lunghezze l'Italchacao e vedono dischiudersi le porte della Copa Libertadores.
Josè Saturnino Cardozo

Certificata la presenza alla Copa, il tecnico Josè Luis Trejo, da un anno sulla panchina della Maquina, approfitta della finestra invernale di mercato per completare l'organico: in questo periodo il mosaico di uomini al soldo del "Kaiser", si arricchisce di alcune figure di indiscusso livello quali Sergio "El Potro" Almaguer, difensore col vizio del goal strappato al Club Necaxa, e del "Principe Guaranì" Josè Saturnino Cardozo, attaccante prelevato in prestito dal Toluca esclusivamente per affrontare l'impegno in Libertadores.

Esaurita la campagna acquisti e rinforzata la squadra in maniera mirata, in Febbraio, scatta ufficialmente l'operazione Libertadores: los Cementeros vengono catapultati nel gruppo 7, dove trovano la compagnia dei brasiliani del Sao Caetano, degli uruguagi del Defensor Sporting e degli ecuadoregni dell'Olmedo Riobamba. Ai messicani va di lusso, tant'è che l'esito benevolo dell'urna, viene confermato dal campo: ii Cruz Azul, incalzato soltanto in avvio dal Sao Caetano, domina il raggruppamento. Partiti subito forte, con un abbrivio al fulmicotone, impattano 1-1 in Brasile, quindi cadono in Uruguay - unico capitombolo della serie - sotto i colpi del Defensor Sporting, prima di tornare a prendersi di prepotenza, con altre due vittorie, il pass per gli ottavi di finale.

Ma la strada verso la finalissima è ancora lunga e ricca di ostacoli. Il primo, negli ottavi di finale, è rappresentato dai paraguagi del Cerro Porteno. El Ciclon spaventa la Maquina, superando 2-1 i messicani tra le mura amiche, ma poi, al ritorno, nel fiammeggiante catino dell'Estadio Azul, la ciurma di Trejo ribalta la situazione, riuscendo a proseguire il cammino nella competizione.

Il bello, però, deve ancora arrivare. L'avversario che
Francisco Palencia

attende i messicani ai quarti di finale, è di quelli che fan tremare le vene ai polsi: il River Plate dei goiellini D'Alessandro e Saviola. All'andata in Argentina la Maquina Celeste riesce ad uscire indenne dal Monumental, ma è al ritorno, disputato per motivi logistici nel più accogliente e moderno Stadio Azteca, che los Cementeros danno il meglio di loro stessi: Francisco Palencia - prodotto del vivaio cruzazulino che diventerà un'icona del futbol messicano nella prima metà degli anni '00 - autore di una doppietta, e Josè Cardozo, firmano uno storico ed incredibile 3-0, sancendo di fatto l'eliminazione dell'equipo millonario.

Sugli spalti si scatena l'euforia generale. Svolazzano coriandoli colorati, sale al cielo il grido "Mexico, Mexico", ma quel che più suggestiona è il vedere tifosi di formazioni rivali, quali Club America o Pumas, agitare e sventolare stendardi azul, tifando sfrenatamente per la Maquina, quasi fosse la selezione messicana. Momenti d'estasi che fotografano, come meglio non si potrebbe, il sentimento comune: l'avere una formazione messicana capace di spingersi cosi in avanti in Copa Libertardores, è orgoglio e motivo di vanto per tutti, con le questioni campanilistiche, sulle quali, per una volta, è cosa buona e giusta soprassedere.

In un clima del genere, con tutto il Messico davanti alla tv a fare il tifo per il Cruz Azul, la finale non può, e non deve sfuggire. A farne le spese in semifinale è un'altra compagine argentina, il Rosario Central: all'andata la Maquina Cementera sbaraglia las Canallas con un rotondo 2-0, poi, una settimana più tardi, nella sempre affascinante cornice del Gigante di Arroyto, concede l'onore delle armi ai rosarini: terminata 3-3 la gara di ritorno, il Cruz Azul sfata un tabù e diventa, per la gioia di tutto un popolo, il primo collettivo messicano a raggiungere l'ultimo atto della Coppa dei Campioni in salsa australe.

Marcelo Delgado
Il 20 Giugno in un traboccante stadio Azteca, va scena il primo atto della finalissima. La spinta e l'entusiasmo del coloratissimo pubblico azul, però, non bastano a trascinare la Maquina Celeste verso un risultato positivo che possa infondere fiducia in vista del ritorno nella bolgia della Bombonera: a nove minuti dal gong, l'ex di turno, Marcelo "Chelo" Delgado, nella più crudele applicazione della famosa legge, trova la stoccata vincente dal limite e ammutolisce le quasi ottantamila ugole di Santa Ursula. La Maquina è a terra, bastonata, ferita. Il sogno sembra svanito. I giocatori, increduli di un incredulità che sfiora la disillusione, portano le mani ai fianchi, mentre Bermudez e Cordoba, tronfii, si abbracciano al fischio finale come se la pratica fosse già archiviata e la Copa Libertadores luccicasse già in una bacheca dalle parti de La Boca.

"Paco" esulta dopo aver siglato la rete dello 0-1
Una settimana più tardi, per il rendez-vous di ritorno, la Bombonera non si fa cogliere impreparata: imbellettata e chiassosa come al solito, la Doce, il cuore pulsante del tifo xeneizes, non fa mancare il proprio apporto ai ragazzi del "Virrey" Carlos Bianchi. Tra la nebbiolina artificiale originata dai fumogeni gialloblu e su un terreno di gioco cosparso dai soliti, folkloristici rotoloni di carta lanciati dagli spalti, finalmente, agli ordini del direttore di gara peruviano, Gilberto Hidalgo, la contesa ha inizio. Anche se la Maquina è, dato l'esito negativo dell'andata, fisologicamente costretta a fare la partita, sulle prime a regalare sussulti agli astanti, sono i padroni di casa: Juan Roman Riquelme semina il panico nella retroguardia avversaria, salvo poi divorarsi una mastodontica occasione da rete a tu per tu con Oscar Perez. La gara adesso è vibrante, con azioni pericolose da una parte e dall'altra. Anche i messicani, con Pinheiro, imbeccato splendidamente con uno spiovente dalla destra, hanno la chance per rimettersi in carreggiata: da due passi, però, l'attaccante brasiliano che ha speso gran parte della sua carriera nel paese centroamericano, si fa ipnotizzare da Cordoba, non riuscendo a dare precisione alla propria incornata. Il Cruz Azul prova a sfruttare il momento positivo, ma è anche sfortunato: calcio d'angolo di Pinheiro, flipper al limite dell'area e palla che finisce tra i piedi di Campos: gran collo esterno in corsa che va ad infrangersi sul palo alla sinistra di Cordoba. Ma la rete è nell'aria. Gli sforzi della Maquina vengono finalmente premiati sul finire della prima frazione: nuova fiondata di Pinheiro dalla bandierina, sfera sul primo palo, dove ad agganciarla c'è Almaguer, filtrante per Palencia e palla in fondo al sacco. La Bombonera rimane di stucco, mentre il centravanti messicano, con tanto di coda di cavallo sventolante, scorazza per il prato come fosse un mustang. Tutto è appianato: la Copa Libertadores ormai indiziata per arricchire la già ricca collezione boquense di trofei, torna in bilico. 

La tensione sui volti dei giocatori messicani durante i rigori
Nella ripresa, sulle ali dell'entusiasmo, è ancora il Cruz Azul a rendersi pericoloso, sfiorando la rete del clamoroso sorpasso: soltanto il palo dice no ad una velenosa traiettoria arquata disegnata dal delizio mancino di  Pinheiro. Con l'equilibrio che non si schioda, a far propendere l'ago della bilancia verso una delle duellanti, sono i tiri dagli undici metri. La tensione è palpabile. A cominciare la serie, sotto la Doce, sono i padroni di casa. Dal dischetto, a tu per tu con Perez, si presenta Riquelme: Conejo spiazzato e urlo liberatorio della Bombonera. In un clima da tregenda, subbissato dai fischi e da contumelie di ogni genere,  è il "Paco" a rompere il ghiaccio per "La Maquina". L'eroe azul della serata, s'infila nuovamente il mantello e, mantendendo il sangue freddo, non fallisce: 1-1. Ma è solo un' effimera illusione.
Il Boca festeggia la sua quarta Libertadores
Il resto della lotteria dei rigori si rivela avversa ai messicani: Serna e Delgado non si fanno ipnotizzare da Perez, a differenza di Galdames, rigore neutralizzato da Cordoba, ed Hernandez, che sparacchia in tribuna. Errori che ammantano di definitività il quarto tiro della serie. Se Bermudez non si fa soppraffare dal consueto braccino, il conjunto azul y oro è campione del Sudamerica: ma, puntualmente, "El Patron" si fa respingere la conclusione dalla traversa. Assist per la Maquina. Ma non è tollerato alcun margine di errore. Pinheiro, uno dei totem del Cruz Azul, sa che è vietato fallire, ma, forse tradito dal pathos del momento topico, calibra male e, come Bermudez, manda la sfera a far vibrare la traversa, consegnando al Boca Juniors la quarta Libertadores della propria storia.


Vincenzo Lacerenza


 



Negli anni ’40, tanto il loro gioco era ben rodato, lo storico giornalista Borocotó coniò per il Club Atlético River Plate un soprannome che avrebbe fatto storia, finendo per essere applicato a ogni squadra che avesse dimostrato ingranaggi ben oliati e un’organizzazione superiore alla media: La Máquina. È un apodo che calza bene, a conti fatti, anche a questo River del Muñeco Gallardo, puntera della Primera in corso e, soprattutto, finalista di Copa Libertadores diciannove anni dopo l’ultima apparizione all’ultimo atto della competizione.

L’altro soprannome che il River si guadagnò in quegli anni per la disinvolta capacità di spesa, e che si è appiccicato alle trame della maglia dalla banda roja fino a divenirne inscindibile, è quello di Millonarios.

Oggi, però, il River milionario lo è mica più tanto: «Se non ci fossimo qualificati per la fase a eliminazione diretta della Libertadores avremmo subito un forte impatto economico: la strategia finanziaria per mantenere questa rosa l’abbiamo pianificata solo in funzione del cammino in Copa», ha dichiarato il direttore sportivo dei Millo Enzo Francescoli.

Dopo essersi qualificata ai quarti di finale grazie agli incidenti della Bombonera e alla successiva squalifica dei rivali storici del Boca, il River ha visto la strada verso la doppia finale spalancarsi come un’autostrada a tre corsie di notte. Per questo, alle porte della semifinale, ha deciso di investire sul mercato. Ovviamente, in maniera proporzionale alle sue possibilità. Ha speso 5 milioni di dollari per assicurarsi Bertolo, Alario e Tabaré Viúdez; ma per far quadrare i bilanci si è anche visto costretto a cedere Téo allo Sporting Lisbona, Pezzella al Betis e Mora, l’attaccante uruguayano eroe della semifinale contro il Guaraní, ai sauditi dell’Al Nassr.
- See more at: http://www.ultimouomo.com/avanti-tigri/#sthash.xjOjZVLz.dpuf


Negli anni ’40, tanto il loro gioco era ben rodato, lo storico giornalista Borocotó coniò per il Club Atlético River Plate un soprannome che avrebbe fatto storia, finendo per essere applicato a ogni squadra che avesse dimostrato ingranaggi ben oliati e un’organizzazione superiore alla media: La Máquina. È un apodo che calza bene, a conti fatti, anche a questo River del Muñeco Gallardo, puntera della Primera in corso e, soprattutto, finalista di Copa Libertadores diciannove anni dopo l’ultima apparizione all’ultimo atto della competizione.

L’altro soprannome che il River si guadagnò in quegli anni per la disinvolta capacità di spesa, e che si è appiccicato alle trame della maglia dalla banda roja fino a divenirne inscindibile, è quello di Millonarios.

Oggi, però, il River milionario lo è mica più tanto: «Se non ci fossimo qualificati per la fase a eliminazione diretta della Libertadores avremmo subito un forte impatto economico: la strategia finanziaria per mantenere questa rosa l’abbiamo pianificata solo in funzione del cammino in Copa», ha dichiarato il direttore sportivo dei Millo Enzo Francescoli.

Dopo essersi qualificata ai quarti di finale grazie agli incidenti della Bombonera e alla successiva squalifica dei rivali storici del Boca, il River ha visto la strada verso la doppia finale spalancarsi come un’autostrada a tre corsie di notte. Per questo, alle porte della semifinale, ha deciso di investire sul mercato. Ovviamente, in maniera proporzionale alle sue possibilità. Ha speso 5 milioni di dollari per assicurarsi Bertolo, Alario e Tabaré Viúdez; ma per far quadrare i bilanci si è anche visto costretto a cedere Téo allo Sporting Lisbona, Pezzella al Betis e Mora, l’attaccante uruguayano eroe della semifinale contro il Guaraní, ai sauditi dell’Al Nassr.
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