giovedì 29 ottobre 2015

Lezioni di Epic...A: il Toro incorna il Grifone e vola verso il suo primo tricolore

Il Torino campione d'Italia 1927/28
Torino – Genoa 5-1 (15/07/28, Torino, Stadio Filadelfia, 13ª giornata girone finale Divisione Nazionale)
 
Torino: Bosia, Martin, Monti, Colombari, Janni, Sperone, Vezzani, Baloncieri, Libonatti, Rossetti, Franzoni. All: Cargnelli

Genoa: De Prà, Lombardo, Tognotti, Barbieri, Burlando, Parodi, Puerari, Bodini, Catto, Chiecchi, Levratto. All: De Vecchi

Arbitro: Carraro di Padova

Reti: pt 1’ e 43’ Libonatti, 2’ Vezzani, 31’ Baloncieri, 39’ Levratto, st 4’ Libonatti

La Divisione Nazionale 1927/28 è il secondo torneo di massima serie non più a carattere regionale. L’anno precedente il Torino aveva conquistato il suo primo scudetto, ma il titolo gli era stato revocato per una combine nella gara vinta contro la Juventus per 2-1. I granata cercavano perciò l’immediato riscatto, andando a caccia di quel tricolore che il Genoa, al contrario, aveva già vinto ben nove volte e che non avrebbe vinto più.
Anton Cargnelli
Per tentare l’impresa venne chiamato un tecnico austriaco semi-sconosciuto, che fino a quel momento aveva guidato i tedeschi del Karlsruhe e i romeni del Timişoara. Il suo nome era Anton Cargnelli, ma per tutti sarebbe diventato “Toni”. Egli raggiunse il traguardo al primo tentativo e al secondo lo sfiorò, perdendo la finale col Bologna. Al Toro sarebbe tornato altre due volte: nel biennio ‘34/’36, nel quale conquistò la Coppa Italia, e in quello ‘40/’42, dopo che all’Ambrosiana Inter si era aggiudicato un altro campionato ed un altro trofeo nazionale.
Al timone del Grifone stava per il primo anno Renzo De Vecchi. L’ex difensore rosso-blu e della nazionale, che sul campo aveva conquistato tre tricolori, rimase al Genoa fino al ’30, sfiorando due volte il successo; tornò nel capoluogo ligure nella stagione ‘34/’35, per riportare la più antica società d’Italia in serie A, dopo la clamorosa retrocessione dell’anno prima.
Renzo De Vecchi

La Divisione Nazionale era strutturata in due gironi di undici squadre ciascuno. Le prima quattro di ogni raggruppamento si sarebbero contese il titolo in un gruppo finale. Nel girone A il Torino chiuse in vetta, proprio davanti al Genoa; si qualificarono per le finali anche Alessandria e Milan. Granata e rosso-blu si erano perciò già incontrati due volte in stagione: alla prima giornata, a Marassi, era finita 2-1 per i padroni di casa; mentre al ritorno, al Filadelfia, c’era stato il successo locale per 2-0. Nel complesso l’undici di Cargnelli aveva dimostrato di possedere di gran lunga il migliore e più prolifico attacco di tutto il campionato, ben 78 reti in venti incontri (si tenga presente che l’Alessandria, seconda nella classifica dei gol fatti, ne aveva realizzati 59), e una delle difese meno perforabili, con solamente 19 reti incassate (meglio aveva fatto solo il Bologna nel gruppo B, con 16). Insomma: i piemontesi erano una delle maggiori candidate al successo finale. In particolare il Trio delle meraviglie, composto da Julio Libonatti, Gino Rossetti ed Adolfo Baloncieri, faceva sognare i tifosi granata. Il Genoa, dal canto suo, poteva contare sull’apporto offensivo dello Sfondareti  Virgilio Felice Levratto e di una validissima spalla quale Giovanni Chiecchi
Il Trio delle meraviglie
Il girone finale aveva preso il via l’11 marzo e al sesto turno le due formazioni si erano trovate di fronte per la terza volta in stagione, la seconda a Genova. Aveva nuovamente prevalso la compagine di casa, ancora una volta per 2-1. In vetta la lotta era serrata: oltre a granata e rosso-blu, anche Juventus, Alessandria, Bologna e Milan rimanevano in lizza per lo scudetto. A due giornate dal termine, cioè prima dello scontro diretto del Filadelfia del 15 luglio, la classifica era questa: Torino 16, Genoa 15, Alessandria 14, Bologna e Milan 13, Juventus 12; staccate l’Inter a 9 ed il Casale a 4. Difficile perciò fare previsioni sull’esito finale.
Il 15 luglio 1927 il Torino offrì una delle sue migliori prestazioni stagionali, demolendo gli avversari con un inequivocabile 5-1. Così Vittorio Pozzo, dalle colonne de La Stampa del 16 luglio 1928, spiega il successo granata: «Il Torino ha vinto, meritando di vincere. Ha vinto facilmente grazie alla superiorità acquisita nei primissimi istanti della partita. Ha vinto non per il peso esercitato da un predominio di attacchi, ma per il suo contegno in campo, per la qualità elevata del suo giuoco». Ed in effetti l’avvio dei padroni di casa fu devastante, con due reti in altrettanti minuti dal fischio d’inizio. Questa la cronaca della prima segnatura: «Combinazione centrale. Libonatti si trova in possesso entro all’area di rigore e leggermente spostato verso la sinistra. Un tiro che è un portento di precisione e la palla infila l’angolo alto sulla sinistra di De Prà».
Adolfo Baloncieri
Il raddoppio ci viene così raccontato dall’ex ct della nazionale: «Baloncieri allunga all’ala destra […] Vezzani ha via libera. Avanza di qualche passo e corona da solo lo sforzo e non sbaglia il tiro. La palla s’insacca violentemente nella rete a mezza altezza sulla destra di De Prà». La reazione genoana non tarda ad arrivare, ma è sterile: «Gli ospiti premono a lungo sulla difesa avversaria. Ma le loro avanzate hanno un orizzonte ben delimitato: vanno dalla linea di metà campo a quella dell’area di rigore. Qui si infrangono come le onde del mare sulla riva». Ben più concrete le offensive degli uomini di Cargnelli, che prima della mezz’ora passano di nuovo, con Libonatti. L’arbitro però annulla per un presunto offside. Poco male, il 3-0 arriva di lì a qualche minuto: «È Baloncieri che, da fuori dell’area di rigore, fa partire un tiro basso e pieno di effetto che infila un angolo della rete prima che De Prà si sia gettato in tuffo». I rosso-blu hanno il merito di non demordere ancora e stavolta i loro sforzi vengono premiati con la marcatura che pare riaprire l’incontro: «Puerari serve Bodini, questi effettua un centro alto e lungo. Levratto riprende e, benché ostacolato da due avversari, segna da un paio di passi». Ma è un episodio isolato, una falla a cui il Torino mette immediatamente una pezza: «Calcio d’angolo tirato da Vezzani. Gli ospiti non riescono ad allontanare il pericolo ed una lunga mischia ne consegue. Libonatti, fattosi luce, infila la rete da pochi passi». 4-1 all’intervallo e scudetto che sembra prendere decisamente la strada del capoluogo piemontese. Impressione confermata da quanto accade in avvio di ripresa, col gol del definitivo 5-1: «Rossetti centra, Libonatti riprende, inganna l’avversario con un movimento in due tempi e devia la palla nella rete mentre De Prà è indeciso sul da fare».
Virgilio Felice Levratto
Dal punto di vista del gioco non accade più nulla, il risultato ormai è acquisito. Saltano però i nervi: vengono espulsi Rossetti, «a seguito di un battibecco con Chiecchi», e Ottavio Barbieri, «per un colpo basso ad un avversario». Ma il culmine deve ancora essere raggiunto: «Levratto risponde agli scherni del pubblico con gesti e parole che sono un aperto riferimento alla più antica professione che esista al mondo. L’arbitro lo espelle. Il genoano si avvia come per uscire. Poi di colpo, come preso da pazzia, balza verso l’alta rete che separa il campo dal pubblico, al valica con un salto degno di un campione di atletica leggera, piomba fra gli spettatori come un toro inferocito e mena pugni e calci all’impazzata». La sua rabbia è tale che devono intervenire le forze dell’ordine per bloccarlo e condurlo altrove.
Questo l’epilogo curioso, e certo non troppo edificante, di un match che di fatto consegna al Toro il primo scudetto della sua storia. L’unica ad avere ancora una piccolissima chance è l’Alessandria, che batte il Milan e rimane a meno due. Ma nell’ultimo turno basta un pari ai granata, che devono recarsi proprio in casa dei rosso-neri, i quali non hanno più nulla da chiedere al torneo.
Termina 2-2, mentre il Genoa, che ospita i grigi, si impone 2-0 e si toglie la magra soddisfazione della piazza d’onore. Questa volta non ci saranno decisioni postume a turbare la festa torinista. Il primo scudetto è realtà, la storia ne regalerà altri sei.

Roberto Pivato

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