domenica 4 ottobre 2015

Lezioni di Epic...A: Palermo - Roma ai tempi tristi dell'Impero dell'Africa Orientale Italiana

Una formazione della Roma 1935/36
Palermo – Roma 1-3 (10/05/36, Palermo, Stadio del Littorio, 30ª giornata serie A)
 
Palermo: Provera, Faotto, Ziroli, De Rosalia, Santillo, Capitanio, Castellani, Carnevali, Palumbo, De Manzano, Piccaluga. All: Benincasa

Roma: Masetti, Monzeglio, Gadaldi, Frisoni, Bernardini, Fusco, Cattaneo, Subinaghi, Di Benedetti, Tomasi, D’Alberto. All: Barbesino

Arbitro: Saracini di Ancona

Reti: pt 9’ Carnevali, st 17’ Subinaghi, 20’ e 35’ D’Alberto
Una prima pagina dedicata alla proclamazione dell'impero
Nell’ottobre del ’35 l’Italia fascista muove guerra all’Impero d’Etiopia, assecondando le folli mire imperiali del Duce. Intanto, il 22 settembre, era iniziato il campionato di calcio e la Roma, partita con grandi ambizioni, dovette sopperire alle improvvise assenze dei suoi tre oriundi. Andrés Stagnaro, Alejandro Scopelli Casanova ed Enrique Guaita, infatti, per timore di essere arruolati, fuggirono segretamente due giorni prima del via della serie A. Nonostante queste pesanti defezioni la compagine di Luigi Barbesino – ex centrocampista di Casale (con cui vinse lo scudetto nel ’14), Legnano e della nazionale, da allenatore aveva iniziato sulla panchina dei lilla, portandoli in massima serie; alla Roma era arrivato nel ’33 e vi sarebbe rimasto quattro stagioni, prima di accasarsi al Venezia e poi partire per la guerra, dove sarebbe morto nell’aprile del ’41, durante una missione aerea – si presentò all’ultima di campionato, il 10 maggio del ’36, in seconda posizione, ad un solo punto dal Bologna, dopo una lunga rincorsa. Il giorno prima Benito Mussolini si era affacciato dal balcone di Palazzo Venezia e, con uno dei suoi soliti tronfi e retorici discorsi, aveva annunciato la fine della guerra in Africa e la nascita dell’Impero. Un impero di cartapesta, fondato sulle atroci violenze adoperate dal Regio Esercito contro le popolazioni e i soldati abissini (tra cui l’imponente impiego di armi chimiche) e sulle insensate nostalgie di potere del regime fascista. Un triste preludio di quanto sarebbe accaduto di lì a pochi anni con l’emanazione delle leggi razziali, con l’alleanza col Reich hitleriano e la sciagurata entrata nella seconda guerra mondiale. In quel momento però, l’Italia sembrava compatta e fiera delle sue ignobili imprese coloniali. Dopo le acclamazioni della folla per le sue trionfali parole, ora il Duce sperava di poter festeggiare il tricolore della Roma, che avrebbe rappresentato un’ulteriore consacrazione del predominio della “Città Eterna”, come ai tempi dell’impero romano.
Un depliant del match

I giallo-rossi venivano da una striscia di nove risultati utili consecutivi, compreso il successo sui Felsinei nello scontro diretto di Campo Testaccio. Il Palermo di Angelo Benincasa – romano doc, arrivato a sostituire l’ungherese Gyula Lelovics dopo dieci giornate; aveva già guidato i rosa-nero nel Campionato Meridionale 1928/29 – si trovava in penultima posizione, a due punti dal Bari. Per sperare di giocarsi la permanenza in A allo spareggio, dunque, doveva battere i capitolini e contare sulla contemporanea sconfitta dei pugliesi a Torino. I siciliani, peraltro, non vincevano dal 29 marzo, cioè dallo 0-1 sul terreno del fanalino di coda Brescia, ma all’andata erano stati capaci di espugnare il Testaccio con un gol di Coriolano Palumbo – attaccante cuneese che aveva esordito in massima serie con la maglia della Triestina; a Palermo giocò due stagioni, siglando complessivamente dieci reti -, in quella che sarebbe rimasta la seconda ed ultima sconfitta stagionale interna della Lupa.
Coriolano Palumbo

La partita ebbe due facce: dominio locale nei primi 45’, reazione decisa degli ospiti nei secondi. Pierluigi Ingrassia, nella sua cronaca apparsa su Il Littoriale dell’11 maggio 1936, così ci descrive il primo tempo: «la Roma era apparsa fiacca e senza idee. Aveva subito quasi inerte la superiorità del Palermo»; superiorità che si era concretizzata nel vantaggio siciliano al minuto nove: botta dal limite di Bruno Castellani – centrocampista friulano che in massima serie vestì anche le casacche di Triestina, Torino ed Alessandria -, Guido Masetti – tredici anni in giallo-rosso e bicampione del mondo con l’Italia, anche se da terzo portiere, nel ’34 e nel ’38 - non trattiene e Antonio Carnevali – punta che già col Modena aveva calcato i campi della A; in rosa-nero, nei suoi due anni di permanenza, riuscì a mettere a segno soltanto un altro gol oltre a questo - (o secondo altre fonti Palumbo) appoggia comodamente in rete.
Antonio Carnevali
La Roma non c’è, il Palermo insiste e sfiora più volte il raddoppio, senza tuttavia trovarlo. E allora ecco che, al rientro dagli spogliatoi, gli uomini di Barbesino cambiano marcia e nel giro di nemmeno venti minuti ribaltano la situazione. Ci affidiamo ancora alle parole di Ingrassia per la descrizione delle tre segnature capitoline: «Al 17’ un pallone sbagliato di testa consecutivamente da Santillo e da Faotto, dava modo a D’Alberto di riprendere e centrare al volo; Subinaghi, con perfetta scelta di tempo, segnava il pareggio […] al 20’ il secondo punto. Anche questo frutto di un errore: Santillo che fino a questo momento era stato il migliore degli uomini in campo, passava un pallone indietro, credendo di trovare pronto al rimando Ziroli; della palla se ne impossessava invece Di Benedetti, che operava un perfetto passaggio a D’Alberto; questi inarcava una parabola che portava la palla in rete, nell’angolo sinistro di Provera […] al 35’ l’ultimo colpo di grazia: Cattaneo scappava con la palla e centrava a Di Benedetti il quale ridava a D’Alberto, secondo noi in posizione di fuorigioco; D’Alberto non aveva difficoltà ad arrivare a tre metri dalla porta e sferrare un tiro fortissimo che portava la palla in rete».
Otello Subinaghi

Dunque i principali artefici del successo romanista furono Otello Subinaghi e Domenico D’Alberto, cioè i sostituti, prelevati entrambi dal Cagliari, di quella che avrebbe dovuto essere la coppia titolare, Guaita-Scopelli. Subinaghi era stato soprannominato dai suoi ex tifosi lodigiani Giott, in riferimento al pittore Giotto, per l’eleganza delle sue giocate; quell’anno mise a segno sei reti, non riuscendo a ripetersi a questi livelli nei suoi altri quattro anni in giallo-rosso. D’Alberto era un mancino ungherese che trascorse solamente due anni all’ombra del Cupolone, mettendo a segno nella stagione ‘35/’36 quattro sigilli.
Domenico D'Alberto
La disperazione dei palermitani, retrocessi a causa di questo ko (nel frattempo il Torino aveva pure battuto il Bari), si accompagnò a quella dei romanisti, i cui sogni di scudetto vennero bruscamente interrotti dalla telefonata che comunicava il successo del Bologna sulla Triestina. Il titolo prendeva così per la terza volta la strada del capoluogo emiliano, con buona pace del Duce; mentre la Roma avrebbe dovuto attendere ancora sei anni per salire sul tetto d’Italia. Intanto l’Impero africano era crollato, sotto i colpi dell’esercito britannico, ma la follia di Mussoluni ci aveva già condotto nella tragedia del secondo conflitto mondiale.

Roberto Pivato

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