giovedì 26 novembre 2015

Il bis del Basilea in Coppa delle Alpi a spese della Viola

Un undici della Viola '69-70
La stagione 1969-70, quella dove ad adornare le casacche viola troneggia sul petto il luccicante scudetto conquistato l'anno prima, chiude i battenti in anticipo per consentire alla Nazionale di radunarsi e preparare al meglio il Mondiale messicano ormai imminente. Con il pari ottenuto nel sempre ostico fortino del Palermo, la Viola manda in archivio un'annata non esaltante come quella precedente, ma comunque soddisfacente. I campioni in carica, protagonisti nelle prime battute di un intenso testa a testa con il Cagliari di Riva e Scopigno, poi scudettato, raggranellano trentasei punti, cosi come il Milan, issandosi al sesto posto: grazie ad una migliore differenza reti, i rossoneri precedono in graduatoria i gigliati. 

Positiva anche l'avventura in Coppa dei Campioni, ritrovata dopo tredici lunghi anni. Sbiadito ormai il ricordo della grande Fiorentina timonata dall'iconico "Fuffo" Bernardini, arresasi solamente in finale al Real Madrid acchiappatutto di Di Stefano, la Viola torna in grande stile sulla ribalta continentale. I ragazzi di Pesaola, ottenuti nell'ordine gli scalpi degli svedesi dell'Osters e dei sovietici (oggi ucraini) della Dinamo Kiev, nulla possono, se non inchinarsi, al cospetto degli scozzesi del Celtic Glasgow, campioni, a scapito dell'Inter, solamente tre anni prima: lapidario 3-0 in Scozia, solo in parte sovvertito dall'1-0 tutto orgoglio del ritorno al Franchi. 

Le ottime prestazioni di alcuni elementi dell'organico non lasciano insensibile il selezionatore azzurro. La mano di Valcareggi, infatti, attinge anche dal serbatoio viola: i precettati sono il difensore Ugo Ferrante e il capitano Giancarlo de Sisti,  il popolare "Picchio".

Amarildo
Per gli altri, c'è anche il brasiliano Amarildo, chiuso in nazionale dal pentagono magico e per questo snobbato dal ct Zagallo, il tradizionale "rompete le righe" non può ancora essere proclamato: come da qualche anno a questa parte, dal 1960 a voler esser pignoli, a cavallo tra la tarda-primavera e l'inizio dell'Estate si disputa la Coppa delle Alpi. Ideata in concerto dalla F.I.G.C e dalla A.S.F, l'Associazione del calcio svizzero, e considerata tra le antenate della Coppa Intertoto, la Coppa delle Alpi, in cui si ravvisano contaminazioni francesi e tedesche almeno nei primi anni, nel 1969-70 torna alle origini: bocciate le formazioni tedesche, il trofeo diventa un'esclusiva per compagini italiane ed elvetiche. Abbastanza intuitiva, anche se piuttosto infrequente, la formula adottata: quattro formazioni italiane e svizzere vengono sistemate, unico criterio discriminante la nazionalità, in due gironi, quello italiano e quello svizzero; incroci misti. Il trofeo, una sorta di Coppa Italia legegrmente più allungata, verrà poi assegnato nella finalissima, da giocare in gara secca: a prendervi parte saranno le vincenti dei rispettivi giorni.

La rosa del Basilea campione in patria nel '68-69
Il Basilea, detentore del trofeo, mette subito le cose in chiaro nel girone svizzero: cannibalizza il Bari all'esordio (4-1), quindi tocca alla Sampdoria soccombere alla seconda (2-1). Nel raggruppamento riservato alle rappresentanti del Belpaese, invece, l'avvio  balbettante dlla Viola, pari 1-1 a Berna con lo Young Boys, viene riscattato nel secondo incontro: a farne le spese è il Lugano, massacrato con un perentorio 4-1. Lo scontro diretto è previsto per la terza tornata. Sarà spettacolo: la Fiorentina in vantaggio di due reti (3-1) fino a pochi minuti dal termine, si farà rimontare in zona Cesarini, gettando alle ortiche una vittoria ormai acquisita. Tuttavia, la truppa di Pesaola, temporaneamente scavalcata dalla Lazio, tirerà fuori gli artigli nella gara conclusiva della fase a gruppi: il risicato 2-1 inferto allo Zurigo, complice il contemporaneo capitombolo del biancocelesti a Basilea,  catapulterà la Viola dritta in finale. Dove ad attenderla ci saranno proprio i rossoblu di Helmuth Benthaus, carismatico allenatore-giocatore del club che, messasi definitivamente alle spalle la carriera agonistiche nel 1972, siederà sulla panchina del St. Jacobstadion per un'altra decade abbondante: i Rotblau nella quarta ed ultima giornata, facendo indirettamente un favore alla Fiorentina, liquideranno la Lazio con un rocambolesco 3-2. 

Pino Longoni
Nel frattempo tutta l'Italia pallonara, incurante  dell' insostenibile fuso orario messicano, era impazzita di gioia per quella che passerà alla storia come "la partita del secolo": il 17, infatti, nella semifinale mondiale dell'Azteca di Città del Messico, Riva & Co  rifilano alla  Germania Ovest il 4-3 più menzionato della storia del calcio, proiettandoci in finale, come non ci capitava da trentadue anni, e scatenando caroselli in ogni angolo dello Stivale. Prima dell'attesissimo epilogo con il temutissimo Brasile delle meraviglie, previsto per il 21, in calendario c'è l'ultimo atto della Coppa delle Alpi. La gara rispetta le attese. Cosi come lo scoppiettante 3-3 maturato tra le due squadre nei round iniziali, anche la finalissima regala adrenalina e colpi di scena. E' degli svizzeri l'abbrivio iniziale. Helmuth Hauser, il cui nome in patria è legato indissolubilmente ad un singolare episodio verificatosi durante la finale di Coppa di Svizzera del '67 con il Losanna*, rompe il ghiaccio, portando avanti gli elvetici. Il raddoppio, puntuale, arriva a stretto giro di posta:  a trafiggere Superchi per la seconda volta è il sette volte nazionale svizzero Peter Wenger. La Fiorentina non resta a guardare, si riorganizza e intorno alla mezzora prova a stoppare la fuga Rotblau: Pino Longoni, approdato a Firenze dal Cagliari in cambio di Eraldo Mencin, suona la carica ai suoi, accorciando le distanze.  Troppo navigati, però, i campioni in carica per farsi condizionare dal panico.
Helmut Hauser
Nella ripresa ancora Wenger, evidentemente in serata di grazia, ristabilirà il margine di sicurezza. Tanto che la successiva rete di Salvatore Esposito, elemento cresciuto nella "cantera" viola,  apparirà ormai tardiva per coltivare residue speranze di rimonta. Il Basilea centrerà il prestigioso bis, mentre la delusione dei tifosi viola, si unirà due giorni più tardi a quella di tutti gli appassionati italiani. Gli azzurri, infatti, distrutti dalla fatica e letteralmente svuotati emotivamente dai leggendari 120' con i tedeschi, si arrenderanno al cospetto di una delle più grandi formazioni di sempre: trascinata da un superbo Pelè, la 
Seleção annienterà l'Italia, sollevando, sotto gli occhi incantati del mondo, la Coppa Rimet per la terza volta, che per questo diverrà sua per sempre.  

Vincenzo Lacerenza

Il tabellino
 
Basilea-Fiorentina 3-2 (St. Jacobstadion, 19/06/1970, Coppa delle Alpi, finalissima)

Basilea: Leufenburger (Kunz 63'), Mundschin, Kiefer, Ramseier, Paolucci, Sundermann, Rahmen, Reisch, Balmer, Hauser, Wenger.

Fiorentina: Superchi, Pellegrini, Galdiolo ( Cencetti 46'), Brizi, Longoni, Esposito, Merlo, Amarildo, Mariani, Maraschi, Chiarugi. All: Pesaola

Reti: Hauser 15', Wenger 19', 76', Longoni 30', Esposito 77'

Arbitro: Viliani (FRA)

Note

*Il 15 Maggio 1967, durante la finale di Coppa di Svizzera tra Basilea e Losanna, succede qualcosa si inconsueto. Sul punteggio di 1-1, rete rossoblu di Hauser, all'ottantottesimo minuto, lo stesso Hauser, dopo un lieve contatto con Grobety del Losanna, cade a terra. Per l'arbitro, il sig. Karl Goppel,  non ci sono dubbi: decreta il calcio di rigore. Dal dischetto l'attaccante tedesco, accusato di "chiarugismo", trasforma senza problemi. Furibondi, i calciatori del Losanna, sentitosi defraudati dalla simulazione, si siedono a terra e rifiutano di riprendere il gioco. L'ammutinamento costa caro: il Basilea si aggiudica il trofeo con un asettico 3-0 a tavolino.



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