sabato 2 gennaio 2016

Esterophilia: il sextete dell'Espanyol al Barcellona

Un undici del Barcellona '50-51
Reduce da un poco lusinghiero quinto posto, il Barcellona si rimbocca le maniche ed anima, con movimenti più o meni imprevibili, l'estate del 1950. Se in uscita si registra l'arrivederci di Alfonso Navarro Perona, che trova alloggio presso gli acerrimi rivali del Real Madrid, in entrata i blaugrana si scatenano. Con un colpo a sorpresa. Oltre agli arrivi dei vari Simatoc, diligente mediano rumeno con ottime referenze nel Belpaese (ha giocato per Inter e Brecia), e di Escudero, alfiere di buon rendimento, di cui è nota la grande passione per la medicina prelevato dall'Athletic Bilbao, l'asso nella manica è rappresentato dall'ingaggio di Ladislao Kubala.
Kubala
Anche se, lo status contrattuale del fuoriclasse ungherese è tutto da decifrare: scappato dalla sua terra per sottrarsi alle angherie del regime comunista, inizialmente aveva riparato in Italia, dove ad accoglierlo a braccia aperte aveva trovato Peppino Cerana, presidente della Pro Patria. Tuttavia, con i bustocchi il campione magiaro, legalmente ancora legato al Vasas di Budapest, non era mai sceso in campo: ad impedirglielo era stata una sanzione comminatagli dalla FIFA. E prima del blitz decisivo di Samiter, all'epoca manager dei blaugrana, Kubala era stato contattato persino dal Grande Torino: intenzione di Novo era quella di vestirlo di granata in occasione di una gara amichevole  da disputare in Portogallo col Benfica. L'incontro si sarebbe disputato il 3 Maggio del 1949, ma Kubala su quell'aereo non salirà mai: a salvarlo dalla tragedia di Superga sarà la malattia del figlio. Ad ogni modo, nella stagione 1950-51, Laszy rimarrà appiedato: ancora una volta la FIFA, confermando l'entità della squalifica, costringerà Kubala ad osservare i propri compagni. A nulla servirà la grande mobilitizazione catalana per ottenere una revoca, o, quantomeno, uno sconto temporale: alle carte bollate, ed ai lunghi valzer burocratici scatenati dal Barcellona, l'ente supremo non si stancherà di rispondere picche. 


Con il funambolico ungherese fermo ai box, per il  Barça sarà impossibile lottare per il titolo: la truppa di Ferdinand Daucik, nocchiero blaugrana proprio grazie a Kubala*, a due giornate dal termine è a quattro lunghezze dal tandem in vetta composto da Atletico Madrid e Siviglia, mentre il Valencia, terzo a due gradini di distanza, è ancora a tiro di schioppo.
Una formazione dell'Espanyol '50-51
Per la penultima di campionato, il calendario, irriverente, propone il "derby barcelones". Una gara del tutto indecifrabile. Alla guida dell' Espanyol, infatti, l'eredità di un totem blanquiazul come Patricio Caicedo è stata raccolta da Josè Nogues, un'icona blaugrana convertitasi al biancoblu: portiere del Barcellona dal 1930 al 1942, famoso anche per aver sostituito l'"infortunato" Zamora ai mondiali italiani del '34 proprio nella sfida coi padroni di casa, aveva anche assaporato per due stagioni l'ambita panchina culets . Ma sopratutto profeta di un calcio spregiudicato, spumeggiante, e scevro di esasperati tatticismi. Sull'altare di un gioco piacevole, coinvolgente ed arioso, Nogues sacrificava la costanza: basti pensare ai vari 8-0, 7-0, e 7-1 rifilati ai malcapitati Lleida, Murcia e Real Madrid, ma anche il clamoroso tonfo per 4-1 con i lillipuzziani dell'Alcoyano. Insomma, un vero e proprio luna park. 


Per gli azulgrana il più scomodo degli avversari. Tanto che Daucik, senza curarsi di ogni qualsivoglia rituale scaramantico, alla vigilia della stracittadina si pavoneggia, dicendo alla stampa di aver trovato la formula per arginare la verve dei Periquitos: l'uso scientifico e ossessivo della trappola del fuorigioco. I fatti, però, come spesso accade in queste circostanze, gli si rivoltano contro. All'intervallo, la dissennata stategia varata da Daucik, ha già compromesso in maniera ineluttabile l'incontro:. I Blanquiazul conducono infatti per quattro reti a zero: oltre alla doppietta del famelico Grau, fulmineranno uno sconsolato Ramallets anche Julian Arcas, delantero sempre fedele alla causa espanyolista, e il "Coco" Javier Marcet.
Julian Arcas
In avvio di ripresa, l'Espanyol, orfano peraltro del carismatico capitano Antoni Argiles, infierisce sui resti dei Barcellona: tocca ad Egea Gomez servire la tradizionale manita. Nel finale, poi, il punteggio assumerà addirittura connotati tennistici, quando Arcas, ingordo, gonfierà per la sesta volta la rete azulgrana. Metabolizzata a fatica questa lezione storica, il Barcellonà chiuderà la stagione con un sorriso: la Copa del Rey - manifestazione in cui i Periquitos, undicesimi in campionato si erano fermati al primo turno - conquistata in finale con la Real Sociedad, addolcirà in parte l'onta di un umiliazione senza precedenti.


Vincenzo Lacerenza

Il tabellino

Espanyol-Barcellona 6-0 (Barcellona, 15/04/1951, Liga, ventinovesima giornata)

Espanyol: Soler, Parra, Flotats, Grau, Marcet, Celma, Xirau, Veloy, D. Nicolau, Egea Gomez, Arcas. All: Nogues

Barcellona: Ramallets, Martin, Seguer, Calvet, Segarra, Biosca, Simatoc, Gonzalvo, Aureli, Nicolau, Basora. All: Daucik

Arbitro: Rivero Lecuona

Reti: Grau 15', 30', Arcas 28', 88', Marcet 32', Gomez 48'

Note

Daucik e Kubala, suo genero, si erano conosciuti ai tempi dell'Hungarian: una selezione che raggruppava i fuggiaschi dei vari regimi comunisti dell'Est. Quella di Daucik fu una figura chiave per Kubala, quasi un padre putativo: basti pensare che, come condizione per il suo ingaggio da parte del Barcellona, l'asso magiaro aveva tassativamente imposto la contigua chiamata di Daucik sulla panchina blaugrana. Condicio sine qua non ovviamente rispettata dalla dirigenza catalana.

Fonti fotografiche
fcbarcelona.es
fuerzaperica.com
pericosnline.com





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