domenica 12 giugno 2016

C'era una volta in Europa: il primo confronto in Europa tra Atletico e Real

Il Real Madrid 1958/59
Real Madrid – Atletico Madrid 2-1 (13/05/59, Saragoza, La Romareda, spareggio semifinale Coppa dei Campioni)

Real Madrid: Dominguez, Miche, Santamaria, Lesmes, Antonio Ruiz, Zárraga, Kopa, Mateos, Di Stéfano, Puskás, Gento. All: Carniglia

Atletico Madrid: Pazos, Rivilla, Callejo, Mendiondo, Chuzo, Calleja, Miguel, Agustín, Vavá, Peiró, Collar. All: Daučík

Arbitro: Ellis (Inghilterra)

Reti: 16’ Di Stéfano, 18’ Collar, 42’ Puskás


L'Atletico Madrid 1958/59
Durante una tappa della Vuelta di Spagna un giovane ciclista di nome Guardiola parte in fuga solitaria, lungo le strade della sua Andalusia. I suoi compaesani lo acclamano, entusiasti per il coraggio di questo atleta semisconosciuto. La sua fuga dura un centinaio di chilometri, poi, stremato, si ritirò. Guardiola aveva sacrificato l’intera Vuelta per un paio d’ore di celebrità. Cosa c’entra tutto ciò con una partita di calcio? L’Atletico Madrid, stando alla felice metafora ciclistica adoperata da Lorenzo Lopez Sancho in ABC di giovedì 14 maggio 1959, si era comportato sostanzialmente come Guardiola. Nello spareggio della semifinale di Coppa dei Campioni, a La Romareda di Saragoza contro il Real Madrid, aveva retto per metà gara, dando tutto sul piano fisico, vista la sua palese inferiorità tecnica, ma cedendo alla distanza ed evitando una pesante débâcle soltanto in virtù dei clamorosi e ripetuti errori avversari sottoporta nella ripresa.
Un'immagine del confronto del Bernabéu
Il 13 maggio 1959 il derby di Madrid va in scena per la terza volta nel giro di venti giorni. Due gare non sono state infatti sufficienti a stabilire chi, tra Colchoneros e Merengues, avrebbe raggiunto lo Stade Reims nella finale della quarta Coppa dei Campioni della storia. Il 23 aprile gli uomini dell’argentino Luis Carniglia si erano imposti al Santiago Bernabéu col punteggio di 2-1: vantaggio bianco-rosso ad opera di Antonio González Chuzo; pareggio immediato di Héctor Rial e rete decisiva di Ferenc Puskás su rigore. Due settimane più tardi, tuttavia, la compagine allenata dal cecoslovacco Ferdinand Daučík si era rifatta, sconfiggendo di misura gli avversari all’Estadio Metropolitano, grazie a Enrique Collar. Non esisteva ancora la regola dei gol in trasferta (che avrebbe promosso l’Atletico), perciò le due formazioni furono costrette a scendere nuovamente in campo, stavolta sul neutro di Saragoza.
Una fase dell'incontro del Metropolitano
Il Real aveva vinto le prime tre edizioni del torneo ed era campione di Spagna in carica. Per l’Atletico era la prima partecipazione al massimo torneo continentale per club, diritto di partecipazione conseguito in conseguenza del secondo posto nella Primera División. Nel turno preliminare - che i Blancos non avevano dovuto affrontare, poichè detentori del trofeo – Los Rojiblancos si erano sbarazzati senza alcun problema degli irlandesi del Drumcondra (l’8-0 del Metropolitano rappresenta a tutt’oggi la vittoria con margine più largo di sempre dell’Atlético in campo europeo); negli ottavi era stato invece necessario un play-off per avere la meglio sul CDNA Sofia, mentre il Real aveva superato il Beşiktaş. Larghi successi nei quarti, rispettivamente su Schalke 04 e soprattutto su Wiener Sport-Club, prima del sentitissimo derby di semifinale.
Le cronache dell’incontro ci parlano di un grande equilibrio e spettacolo nei primi 45’. Ad ogni attacco del Real, l’Atletico rispondeva prontamente. Testimonianza palese ne sono le prime due marcature: al 16’ cross teso da sinistra di Enrique Mateos Mancebo e colpo di testa vincente di Alfredo Stefano Di Stéfano Laulhè; al 18’ l’immediato pareggio, con un rasoterra di Collar, dopo un affondo sulla destra da parte di Joaquín Peiró. La gara è combattuta, le occasioni non mancano da ambo le parti, finché, al minuto 42, il francese Raymond Kopa fugge sulla destra e centra basso per Puskás, il quale con un destro rasoterra ad incrociare fa secco per la seconda volta Manuel Pazos. Il primo tempo finisce 2-1 per i Blancos, anche se nel complesso il pari sarebbe sicuramente stato il risultato più giusto. Un vantaggio acquisito soprattutto con l’esperienza ed in virtù delle straordinarie doti dei singoli: d’altra parte, quando hai la Saeta Rubia e il più grande calciatore ungherese di sempre davanti – una coppia che al primo anno assieme aveva messo a segno addirittura 59 reti – il gol può arrivare da un momento all’altro.
Ferenc Puskas
La ripresa – finalmente visibile anche ai numerosi telespettatori, dopo un guasto che aveva interrotto le trasmissioni - vide il dominio quasi totale degli uomini di Carniglia, da subito padroni del campo e quasi mai costretti a guardarsi dal ritorno dei bianco-rossi, stanchi e non più capaci di imprimere la necessaria velocità al loro gioco. Perfino lo spauracchio Edvaldo Izidio Neto, per tutti Vavà - arrivato dopo lo strepitoso mondiale vinto con la nazionale brasiliana, anche grazie alla sua doppietta in finale -, non riuscì a scalfire la retroguardia in maglia bianca. Anche quando rimase praticamente in dieci per l’infortunio a Rafael Lesmes – accorso attorno al quarto d’ora e che costrinse il difensore a rimanere in campo, ma esclusivamente per onore di firma -, il Real non ebbe a rischiare più di tanto, sciupando al contrario numerose ghiotte palle-gol.
I Blancos con la Coppa dei Campioni 1958/59
Finì 2-1, le Merengues raggiunsero meritatamente la loro quarta finale consecutiva di Coppa dei Campioni – come gli stessi protagonisti, anche quelli di sponda Colchoneros, ammisero unanimemente -, che avrebbero vinto per 2-0 (reti di Mateos e Di Stéfano) contro lo Stade Reims (già affrontato e battuto nella finalissima del ’56), il 3 giugno a Stoccarda, malgrado l’assenza di Puskás per infortunio e malgrado la presenza nelle fila francesi del capocannoniere della competizione, il leggendario Just Fontaine, già miglior marcatore del mondiale dell’anno precedente. Era il quarto dei cinque titoli di fila che la compagine madrilista, una delle più forti di tutti i tempi, avrebbe messo nella propria ricchissima bacheca. Come Guardiola aveva dato spettacolo alla Vuelta, così l’Atletico aveva movimentato quell’edizione del massimo trofeo continentale per club calcistici, senza però riuscire a scalfire il predominio dei Vikingos. Una storia destinata a ripetersi anche dopo oltre mezzo secolo.

Roberto Pivato

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