martedì 14 giugno 2016

"Una baruffa continua": la grande scuola danubiana tiene lezione a Bologna



La scelta dei palloni prima del match
Hugo Meisl ne capiva eccome di calcio! Era lui il maggior artefice della grandezza della nazionale austriaca, divenuta sotto il suo accorto operato il Wunderteam, una squadra capace di rimanere imbattuta per quattordici gare nel biennio ’31-’32, conquistando la Coppa Internazionale e affermandosi come la prima compagine continentale in grado di battere la Scozia, ciò che accadde il 16 maggio 1931, con un perentorio 5-0. Perciò, quando affermava che il quarto di finale mondiale contro l’Ungheria era stato «una rissa, non una partita di calcio», ci si poteva fidare. Che tra Austria ed Ungheria non corresse affatto buon sangue, anche calcisticamente parlando, non era di certo un segreto. Eppure, dalle due maggiori rappresentanti del tanto decantato calcio danubiano ci si attendeva principalmente una sfida spettacolare, all’insegna del bel gioco, dell’elegante palleggio. Invece, soprattutto nei secondi 45’, a prevalere furono nervosismo e gioco duro.

Le due squadre erano giunte ai quarti dopo i successi più sofferti del previsto negli ottavi di finale.
Il Wunderteam nel '34
I magiari, a Napoli, avevano battuto 4-2 l’Egitto (la prima nazionale africana di sempre a prendere parte alla fase finale di un mondiale), rifacendosi dunque del clamoroso ko di dieci anni prima alle olimpiadi parigine; gli austriaci, in quel di Torino, erano stati portati ai supplementari da una modesta Francia, ma alla fine l’avevano spuntata per 3-2. I favori del pronostico pendevano dalla parte dei bianchi, forse i maggiori indiziati per la vittoria finale, ma c’era immensa curiosità per un confronto che li opponeva a rivali storici, capaci per di più di battere l’Inghilterra in amichevole tre settimane prima.

Curiosità che si tramutò in generale biasimo per quanto accaduto durante il confronto. Fu soprattutto la ripresa ad assumere i connotati di un vero e proprio “tutti contro tutti”, in cui gli interventi durissimi e le conseguenti reazioni avevano trasformato un incontro di calcio in una «baruffa continua tra due squadre che non intendevano prendere la strada di casa», sempre secondo il parere di Meisl.
L'Ungheria ai mondiali italiani
A perdere la testa furono specialmente i rossi, rimasti in dieci al quarto d’ora della ripresa per l’espulsione dell’ala Imre Markos, apparsa ai presenti eccessiva, o quanto meno troppo severa, per un’entrata che non era certo la più cruenta vista fino a quel momento. Ma tant’è: Ungheria in dieci (sarebbe stata quella l’unica espulsione del mondiale) e pochi minuti dopo in nove, visto che il centravanti di origini rumene István Avar fu costretto ad abbandonare il campo per infortunio (anche se alcune fonti riportano il nome di Géza Toldi), dopo che già sul finire di primo tempo si era dovuto fermare momentaneamente per uno strappo. Il fallaccio di Josef Bican non sembra meno grave di quello di Markos, ma il signor Mattea non la pensa così e lascia l’austriaco in campo. Nel frattempo c’era stato il generoso rigore trasformato da György Sárosi, che aveva così accorciato le distanze. Gli uomini di Ödön Nádas, malgrado la doppia inferiorità numerica, ci provarono caparbiamente fino alla fine, ma gli austriaci controllarono con ordine e calma, aiutati anche dai sicuri interventi di Peter Platzer.

L’agguerrita battaglia si concluse 2-1 in virtù delle due reti austriache nei primi minuti di entrambi i tempi.
Il gol di Horvath
A rompere il ghiaccio dopo otto primi era stato Johann Horvath, con una bella conclusione nell’angolo alto alla destra di Antal Szabó; al sesto della seconda frazione il raddoppio, ad opera di Karl Zischek in contropiede, dopo un allungo di Bican. Ed il tanto atteso Matthias Sindelar? Il più talentuoso giocatore della Squadra delle Meraviglie - che aveva realizzato la prima rete in assoluto della sua nazionale in una coppa del mondo, nel 3-2 alla Francia -  non andò a segno, ma comunque entrò nelle azioni di ambedue le marcature e «sebbene migliore in altre occasioni, fu un costante spauracchio per la difesa avversaria. Con la sua andatura dinoccolata, gli arti magri ciondolanti, i capelli giallicci al vento, il viso volpino, tutto finte, tutto improvvisazioni, tenne costantemente in allarme i magiari e li costrinse spesso ad immobilizzare due uomini per guardarlo. […] Le azioni più brillanti, individuali o collettive, sono partite dal suo piede e due gol sono stati mancati da lui per un soffio» (Goffredo Barbacci, La Stampa, 01/06/34).

L’Austria, con tanta fatica, era in semifinale. A San Siro, il 3 giugno, avrebbe dovuto affrontare i padroni di casa dell’Italia (che nel frattempo avevano avuto la meglio sulla Spagna dopo due incontri anch’essi all’insegna del gioco duro). Come andò a finire lo sappiamo bene: gli azzurri vinsero con un contestatissimo gol di Enrique Guaita e andarono a conquistare la loro prima Coppa Rimet, mentre i bianchi persero anche la finale di consolazione contro la Germania.
Istvan Avar
Di nuovo la nazionale di Vittorio Pozzo, peraltro grande amico di Meisl, infranse i sogni di gloria del Wunderteam, aggiudicandosi nel ’36 la finale olimpica di Berlino. Era la fine della grande Austria: nel febbraio del ’37 Meisl morì improvvisamente per un attacco cardiaco; l’anno dopo l’Anschluss cancellò non solo la nazione austriaca dalle carte geografiche, ma anche la nazionale calcistica dai mondiali francesi. Molti elementi di quella che era stata una delle formazioni più forti degli anni ’30 confluirono (meglio: furono costretti a confluire) nella nazionale tedesca del Terzo Reich; altri si rifiutarono di farlo: Karl Sesta e Matthias Sindelar in primis. Quest’ultimo viene trovato morto il 23 gennaio 1939 nel suo appartamento di Vienna, insieme alla compagna Camilla Castagnola, un’ebrea italiana. Le versioni ufficiali sostengono per intossicazione da monossido di carbonio; la verità non si saprà mai.

Forse è proprio questa la data che mette definitivamente la parola fine alla leggenda della Squadra delle Meraviglie.


Roberto Pivato


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