venerdì 2 settembre 2016

Bolivia-Perù: il "robo" per antonomasia e quel furfante di Chechelev

Il tradizionale scambio dei gagliardetti
Per spezzare l'incantesimo, e interrompere un'astinenza iridata che si protrae ormai da quattro decadi, nel 1969 la Federazione peruviana, stregata dalla qualità del gioco offerta dallo Sporting Cristal laureatosi campione del Perù giusto qualche mese prima, si rivolge a Didì, il leggendario centrocampista della Selecao pluricampione del mondo, adesso timoniere proprio dei Cerveceros, affidandogli la prestigiosa panchina dell'Albirroja. I dirigenti della Federazione non usano troppe perifrasi, andando dritti al nocciolo della questione: l'obiettivo sono i mondiali messicani del 1970, una manifestazione a cui il Perù manca colpevolmente addirittura dalla prima, pionieristica edizione uruguagia del 1930.

Inserito nel primo gruppo di qualificazioni sudamericane, in compagnia di Bolivia e Argentina, entrambe temibili per ragioni diverse, il Perù parte con il vento in poppa, superando di misura  l'Argentina tra le mura amiche del Nacional di Lima grazie ad una rete di Leon. Come inizio, davvero poco male. La seconda tappa del tortuoso percorso che ha come meta il Messico, porta l'Albirroja sulle Ande boliviane, dove ad attenderlo, oltre agli agguerriti padroni di casa, ci sono tutti i terribili disagi, dalle difficoltà respiratorie, al precoce accumulo di acido lattico, legati all'eccezionale altura dell'Hernando Siles. La discriminante, però, come vedremo, sarà di altra natura.

In campo e sugli spalti, l'atmosfera che si respira è quella riservata alle grandi occasioni: le tribune sono gremite, e assiepata nel settore ospiti c'è pure una folta rappresentaza di peruviani che, irriducibili, hanno attraversato la frontiera per non far mancare il loro apporto a los Incas. Ed è un vero peccato per i tanti peruviani in ansia nelle proprie mura domestiche, che in tv la gara, ripresa e documentata solertemente, venga mandata in onda su Canal 5, ma solamente in differita: decisiva in questo caso la mano tesa dall'aviazione peruviana, offertasi con un beau geste di trasportare il nastro della registrazione. 

Il Perù, in cui albeggiano i talenti di una covata forse irripetibile, che avrebbe costituito la generazione d'oro degli anni '70, sblocca il risultato in avvio di ripresa grazie a Roberto Challe, lesto e abile nel correggere in rete una conclusione di "Perico" Leon.
Una fase di gioco
Ben presto, però, il sogno di una vittoria che farebbe  scattare qualcosa in più di una mezza ipoteca sulla qualificazione, comincia a svanire sotto i colpi di una Bolivia pungolata nell'orgoglio. In pochi minuti la Verde, campione del Sudamerica nel '63, e in cui giostra l'idolo Ramiro Blacutt, rientrato da poco in patria dopo un'infruttuosa esperienza al Bayern Monaco, ribalta la situazione, ristabilendo prima la parità con Juan Americo Diaz, e poi  beneficiando di una grottesca autorete di
Hector Chumpitaz per operare il sorpasso: colui che qualche anno più tardi sarebbe diventato per tutti "El Gran Capitan", braccato da un attaccante boliviano, pondera male distanze e tempi della chisura, scavalcando un esterrefatto Luis Rubiños con una deliziosa palombella area. Peccato che si  infili nella porta sbagliata.

Tuttavia, mai doma e impermeabile a qualsiasi tipo di pensiero nefasto, l'Albirroja, catechizzata a dovere da Didì, incessante nello sbracciarsi a bordo campo per invitare i suoi a crederci e ad attaccare in massa, trova il 2-2 grazie ad un bolide mancino, esploso da fuori area, dell'ex cagliaritano Alberto Gallardo, che esaurisce la sua corsa gonfiando il sacco boliviano. Misteriosamente, però, il direttore di gara designato dalla FIFA per l'occasione, Sergio Chechelev - un fischietto jugoslavo come si evince dal patronimico, ma naturalizzato venezuelano - annula in maniera piuttosto inspiegabile la marcatura, venendo immediatamente bersagliato dagli insulti e le proteste dei peruviani, comprensibilmente furibondi per lo spiacevole accaduto. Challe schiuma rabbia più degli altri, e non riesce proprio a trattenersi dal commettere un'imprudenza, perdendo letteralmente le staffe e arrivando addirittura al contatto fisico con l'arbitro: nell'incandescente testa contro testa che precede la lieve capocciata che il "Niño Terrible" assesta al contestato direttore di gara, Chechelev, però, chiude istintivamente le palpebre.
Il pomo della discordia: la rete annullata a Gallardo

Quando le riapre, impossibilitato ad identificare con certezza l'autore del deplorevole gesto, sventola il cartellino rosso sotto il naso di Ramon Mifflin, credendolo erronamente responsabile. Servono dieci minuti, e altre due espulsioni, quella del peruviano Nicolas Fuentes e del boliviano Juan Farias, affinchè le proteste peruviane si plachino leggermente e si possa tornare alla normalità, riprendendo il filo laddove si era coattivamente interrotto.  

Nei pochi scampoli rimasti l'Albirroja non riuscirà a rimettere in piedi quell'incontro. Ma, tuttavia, la tanto sospirata qualificazione iridata, seppur con qualche traversia in più da affrontare, arriverà in pompa magna a Buenos Aires, quando una doppietta di Oswaldo "Canchito" Ramírez ammutolirà il Monumental, privando l'Argentina del sogno mondiale. 

Chechelev accerchiato dai peruviani
Chechelev, invece, nel frattempo "pestato" anche in Venezuela per alcuni episodi simili, qualche anno più tardi, rintracciato in Colombia da alcuni cronisti peruviani, confermerà i dubbi su quella sospetta svista arbitrale. Alla perentoria  domanda, "Quanto ti pagò la Bolivia per quel furto?", lui, che nel frattempo si era fatto spuntare i baffi, chissà forse per non essere riconosciuto, rispose spavaldo, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo: "Non furono i boliviani a corrompermi, ma bensì gli argentini. La cifra, però, resta un segreto." Anche se restano dubbi sulla veridicità di queste dichiarazioni, specie sul coinvolgimento dell'Argentina in questo losco evento, di sicuro dalle parti di Lima Sergio Chechelev è rimasto scolpito nell'immaginario collettivo, diventando il lestofante prezzolato per antonomasia. Una sorta di Byron Moreno ante litteram.


Vincenzo Lacerenza



Fonti:
arkivperu.com
dechalaca.com
libero.pe

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