mercoledì 23 novembre 2016

L'uragano Donelli e il primo Messico-USA nella Roma fascista

                                             
La nazionale USA appena sbarcata in Italia
Ritardatari - Nel bel mezzo della Grande Depressione, e alla vigilia della Coppa del Mondo del '34, la U.S.F. A, piuttosto in bolletta, si trova a fronteggiare una condizione di particolare ristrettezza economica. La situazione è delicata. Non avendo piena conoscenza delle risorse a disposizione, la federazione statunitense prende tempo, e tergiversa, finendo per iscrivere la nazionale alle qualificazioni iridate fuori tempo massimo. La FIFA comprende l'eccezionalità dello scenario, si mette una mano sul cuore, e chiude un occhio, scendendo a compromessi con le esigenze degli statunitensi: il patto prevede la disputa di uno spareggio con la trionfatrice della zona mesoamericana. Nel frattempo, infatti, mentre gli gli USA si affannano nel far accogliere la propria istanza di partecipazione, il Messico ha travolto Cuba in tre gare senza storia, concludendo la serie con un lapidario ed eloquente 12-3 complessivo. Tre giorni prima dell'inaugurazione ufficiale del mondiale italiano, dunque, in una sfida che si preannuncia al calor bianco, sarà la Tricolor a contendere agli Stati Uniti l'ultimo, agognato biglietto iridato disponibile: le due selezioni, come stabilito dai vertici FIFA, si affronteranno, curiosamente, allo Stadio Nazionale del Partito Fascista di Roma. La cosa non deve preoccupare più di tanto i messicani che, in uno slancio d'orgoglio misto a spacconeria, convinti di fare molta strada nel torneo, programmano la rimpatriata per il mese successivo.

                                                  
Philadelphian - Anche se devono fare i conti con tutte le conseguenze che l'iscrizione tardiva comporta, tra cui quella di avere meno minuti nelle gambe rispetto agli avversari, gli USA fanno di tutto per non farsi cogliere impreparati al grande appuntamento in terra italiana. L'arduo compito di monitorare giocatori di tutto il paese, assemblare una squadra, e mettere a punto le strategia più redditizia in vista della gara col Messico, e farlo nel più breve tempo possibile, spetta a tre uomini di Philadelphia. Elman Schroeder, fresco presidente federale, ha nominato allenatore il fido David Gould, un immigrato scozzese conosciuto sui campi della University of Pennsylvania, che da giocatore ha brillato tra le fila del John Manz, team con cui ha vinto anche un'American Cup nel lontano 1897: completa la flotta di "philadelphian"il preparatore atletico Raymond Gadsby, a cui spetta il delicato e fondamentale compito di tirare a lucido i prescelti, calibrando la preparazione in modo tale da raggiungere l'apice della vivacità atletica proprio durante la trasferta italiana.

Diffidenza e gelosia - Non avendo l'opportunità di disputare incontri ufficiali viene frettolosamente organizzata, con il supporto di franchigie locali, tutta una serie di test match allo scopo di mantenere alta la soglia di concentrazione della truppa: le gare, poi, costituiscono anche l'occasione per plasmare il gruppo, scremarlo, o rintuzzarlo, a seconda delle indicazioni, più o meno positive, ricevute.
Un allenamento degli yankees al Testaccio
Il primo ed il terzo incontro vanno in scena a Philadelphia, ed in entrambe le occasioni lo U.S Team prevale in maniera piuttosto netta. La nazionale USA inizia col botto, asfaltando 8-0 prima una selezione "all star della Pennsylvania", e poi conclude il tour preparatorio liquidando 2-0 una combriccola di calciatori proveniente dalla parte orientale dello stesso Stato: nel mezzo gli yankees vengono presi a scoppole a New Ark dal leggendario Archie Stark, stella della selezione di "A.S.L all star" e capocannoniere dell'ultimo torneo patrio autoescluosi dalla spedizione italiana per motivi di lavoro.


Tra i diciannove calciatori eletti dopo lunghe consultazioni dal Foreign Relations Committee, che il 5 Maggio salpano alla volta dell'Italia, ci sono solo quattro veterani della spedizione iridata di quattro anni prima. George Moorehouse, Thomas Florie, Jimmy Gallagher, e Billy Goncalves, guidano la pattuglia statunitense, in cui fa capolino una nutrita colonia di calciatori della Pennyslvania: molti sono anche gli elementi pescati tra le fila di Pawtucket Rangers e Stix e Baer FC, ovvero le due finaliste dell'ultima National Challenge Cup sollevata da questi ultimi. Fa discutere e scatena dibattiti l'assenza di parecchi giocatori quotati del New Jersey. La motivazione è di natura economica: tutti gli Stati federali sono chiamati a contribuire in maniera proporzionale alle spese del viaggio. Il New Jersey, invece, si chiama fuori, rifiutando di versale la propria quota, e si vede appiedata la stragande maggioranza dei propri rappresentanti.

Dopo due estenuanti settimane di viaggio gli americani mettono finalmente piede in Italia. Vestono in maniera elegante, indossano degli sfiziosi panama per ripararsi dalla calura romana, e regalano più d'un sorriso divertito agli obiettivi dei fotografi: presa confidenza con gli impianti sportivi romani, pensano bene di smaltire le scorie della traversata divertendosi giocando a baseball. Gli allenamenti, quelli veri, sono rimandati ai giorni successivi. L'atsmofera che avvolge la comitiva USA, però, non è delle più serene e gioviali: i professionisti, anche se non tutti e undici, sentendosi superiori, guardano con sprezzante diffidenza gli otto amateur presenti nel roster, semplicemente perchè non ritenuti all'altezza della situazione.

Blooting Buff - Tra questi c'è anche un amateur di Pittsburg Curry dalle chiare origini italiane. Si chiama Aldo Donelli, di mesterie fa lo "striker" ed oltre ad essere ben strutturato fisicamente, possiede anche un tiro al fulmicotone che è una sentenza per i portieri avversari. Il curriculum, poi, è ingemmato di prodezze memorabili e imprese straordinarie, tutte però confinate all'universo dilettantistico. Sportivo a tutto tondo, visto che ai tempi della Duquensne University alternava il soccer al football americano, "Blooting Buff", come lo avevano apostrofato i quotidiani locali, era balzato all'onore delle cronache nel 1929, quando con la casacca dell'Heideberg aveva rifilato un pokerissimo ai First Germans di Newark.
Aldo "Buff2 Donelli
Dopodiché, la sua carriera aveva imboccato una preocuppante parabola discendente: accantonato in occasione del primo Mondiale della storia, nell'Aprile del 1934 fallisce due calci rigore che costano la sconfitta dei suoi Curry Silver nella sfida con il Gallatin. E' il periodo più buio della carriera di "Buff". Il sogno iridato appare lontano come non mai. Ed, invece, paradossalmente, la mattina seguente riceve l'insperata convocazione della US Football Association. Inizialmente, inviso come gli altri amateur allo zoccolo duro dello spogliatoio, viene parcheggiato nella squadra riserve. 


A Roma, durante una partitella d'allenamento un'incontenibile Donelli fa ammattire la retroguardia titolare, a cui non da mai un attimo di tregua: all'intervallo le riserve conducono 1-0 proprio grazie ad una sua rete. Gould ha visto abbastanza, e convinto dalla prestazione strepitosa di Aldo, decide di promuoverlo, facendolo rientrare in campo assieme all'undici prediletto.
Donelli, che a dispetto della stazza imponente, e la silhouette di un corazziere, non è il tradizionale attaccante d'area, fa ancora una volta al differenza, realizzando la rete che condanna le seconde linee alla sconfitta. Nonostante l'exploit, la conventicola dei pro, costituita in gran parte da giocatori di New England e St. Louis, continua a remare contro, osteggiando prepotentemente la candidatura di "Buff" ad una maglia da titolare. Ad appoggiarla incondizionatamente, invece, è un'istituzione come Billy Goncalves. Il Babe Roth del soccer statunitense si espone in prima persona, ribellandosi alla dittatura dei pro e sposando senza mezze misure la causa dell'attaccante amateur. Chiede e ottiene un colloquio con Shroeder, punta i piedi e lo pone di fronte ad un aut aut: "If you don’t play Donelli, I’m not playing.’, dice con toni ultimativi, minacciando il proprio ammutinamento. Grazie all'intercessione di Goncalves, il 24 Giugno Donelli guida regolarmente l'attacco statunitense all'assalto alla diligenza messicana.

Bella vita - A differenza degli Stati Uniti, il Messico ha piantato le tende nel Belpaese già da un bel pezzo. E contrariamente a quella dei colleghi statunitensi, la traversata dell'Atlantico dei messicani, che sono tutti amatori, è stata piuttosto movimentata e dissoluta. A bordo dell'Orinoco, la nave tedesca che li avrebbe condotti in Italia, gli uomini al soldo Rafael Garza Gutierrez conducono una vita tutt'altro che austera, abbandonandosi a un ventaglio di tentazioni che va dal licenzioso intrattenersi con cameriere e ballerine presenti sullo scafo, al giocare a briscola sottocoperta fino a tarda notte, fino all'abbuffarsi avidamente durante i pasti, tanto da assumere peso alla vertiginosa e spaventosa media di un chilo al giorno. "Fueron 15 días en barco y 15 kilos más", ha ammesso molti anni più tardi Fernando Marcos in un libro. Juan Carreño, invece, che oltre ad essere l'autore del primo, storico goal messicano in un Mondiale è anche un viveur incallito oltre che impenitente donnaiolo, cade in tentazione e si lancia in prodezze amatorie alla vigilia della decisiva sfida con gli USA.
Juan Carreno
Seduce Joanna, una cameriera francese conosciuta nell'albergo in cui alloggia la Tricolor, e la invita a ballare, prima di trascorrere con lei una turbolenta notte di passione tra le lenzuola. Il giorno seguente il tecnico Rafael "Record" Gutierrez - tra i fondatori nel 1916 del Club America di cui fu a lungo capitano - completamente allo scuro della scappatella, lo getta nella mischia, preferendolo al rampante Luis de la Fuente, autentico astro nascente del futbol messicano e fresco di titolo vinto con il Real Espana. L'esclusione del "Pirata", appena diciannovenne, ma già in grado di incantare le platee con la sua tecnica sopraffina, farà discutere e solleverà polemiche, generando parecchi dibattiti nei giorni, nei mesi e negli anni successivi.


Scontro tra filosofie - Quando Messico e USA si disputano a Roma l'ultimo pass iridato, mancano solo tre giorni all'inaugurazione ufficiale al Mondiale che il regime, a puro scopo propagandistico, ha organizzato in pompa magna senza lesinare sforzi e risorse, umane ed economiche. Proprio per questo Benito Mussolini, che ama avere il polso della situazione, vuole accertarsi di persona sullo stato delle cose. Accompagnato dal segretario del PNF assiste a quella sorta di assaggio mondiale.
L'ingresso in campo delle squadre
Il Duce, oberato di impegni, si fa attendere come tutte le celebrità, arrivando allo Stadio in netto ritardo. Naturalmente bisogna aspettarlo, e allora il fischio d'inizio slitta di un abbondante quarto d'ora: in tribuna si riconoscono anche l'ambasciatore americano Breckinridge Long e la principessa Mafalda di Savoia. Quello che va in scena alla Stadio Nazionale del Partito Nazionale Fascista è il classico scontro tra due filosofie diametralmente opposte. Se gli statunitensi, pragmatici e meglio allenati, puntano tutte le fiches su una dirompente fisicità, nel gioco incantevole della Tri, sicuramente più estroso, divertente, e imprevedibile ci sono tutti gli ingredienti del corollario latino: finte, fraseggi insistiti, trame articolate, e colpi ad effetto. Il filo conduttore è l'istinto: niente meccanismi sincronizzati, e di automatismi difensivi neanche a parlarne.  Al quarto d'ora, tuttavia, sono gli Stati Uniti a spezzare il sottile filo dell'equilibrio. Fiondata al bacio di Czerkiewicz, Donelli addomestica, si mette alle spalle due rivali e lascia partire un siluro: Rafael Navarro, talmente agile e spettacolare da essere conosciuto come "il Portero de Goma",  si è da poco guadagnato i galloni del titolare, soffiando il posto ad Alfonso Riestra, ma sul bolide di Donelli non può far altro che raccogliere la palla in fondo al sacco. Uno a zero. Manuel Alonso, che in patria è uno stimato fromboliere del Real Espana, rimette a posto le cose per la Tricolor appena sette minuti più tardi.
Una rete di Donelli
Ma il pari ha la stessa volatilità dell'etere. Servito dallo sgusciante William McLean, "Buff", inarrestabile come un uruguano, s'intrufola tra le maglie rosse dei messicani e, implacabile, mette a referto la propria doppietta personale, riportando avanti gli yankees. Il cronometro segna il 32', e gli Stati Uniti conducono per due reti ad una. Il one-man show dell'attaccante della Pennsylvania è appena cominciato. Donelli è un iradiddio. Semplicemente incontenibile. Per arginarlo, gli americani, in tenuta blu, usano tutto il mestiere del caso, ricorrendo, quando serve, anche alle cattive maniere. In avvio di ripresa Lorenzo Camarena si vede bevuto ed esagera: lo tira giù platealmente e viene invitato dal direttore di gara ad allontanarsi dal perimetro verde.  Dieci contro undici: per i messicani la salita si fa sempre più ripida. Al '74, poi, il sogno di una rimonta si trasforma in una vera e propria chimera. Donelli, questa volta imbeccato da Nielsen, sfonda una doppia marcatura messicana, rompendo gli argini ed esondando con la solita arroganza atletica: Navarro è fulminato da una staffilata in corsa. I messicani si vedono crollare il mondo addosso, e varcano quel confine dell'animo umano governato dall'istinto di sopravvivenza. Hanno un sussulto d'orgoglio con Dionisio Mejia, rimettendosi in carreggiata, ma poi ancora l'alfiere di Morgan, impietoso, cala il poker e pone gli USA a distanza di sicurezza. Buff fallisce anche un penalty che gli avrebbe permesso di rimpinguare ulteriormente uno score già stratosferico. Ma è un neo del tutto irrilevante. 


Gli Stati Uniti, trascinati da un insospettabile amateur, battono il Messico - ci riusciranno un'altra volta dopo quasi mezzo secolo - e vedono schiudersi le porte del Mondiale: tra gli applausi scroscianti, il regime  celebra a dovere gli yankees organizzando anche una piccola cerimonia. Ma qualcuno si dimentica del protagonista principale. All'indomani sul New York Times compare una cronaca sballata: Thomas Florie viene indicato come autore di una tripletta, mentre l'ultima rete statunitense viene erroneamente attribuita a Nielsen. Di Aldo Donelli, vero eroe di giornata, nessuna traccia. Della gloria mancata, tuttavia, poco importa: d'altronde c'è un Mondiale da giocare. Tre giorni più tardi gli USA debuttano nello stesso stadio di fronte agli Azzurri di Pozzo, campioni in carica e padroni di casa. Gli italiani non sono sprovveduti e sguinzagliano il navigato Luis Monti sulle tracce di Donelli. L'oriundo azzurro si incolla alle costole di "Buff", seguendolo e braccandolo come un'ombra: la marcatura è asfissiante. "Monti! I can still see him. He was on top of me. You know, because I scored four goals against Mexico Monti would not let me alone. He was tough and he was a big man", ricorderà Donelli parecchio tempo più tardi. Ma, nonostante la rigida sorveglianza di Monti, nel diluvio di reti con le quali l'Italia seppellisce gli yankees, Aldo trova il modo di lasciare lo zampino, siglando il gol della bandiera degli Stars and Stripes

Col 7-1 rimediato dagli Azzurri termina l'avventura iridata della banda di Schroeder e Gould. I messicani, invece, pagano a caro prezzo l'azzardo di aver spavaldamente prenotato il rimpatrio per il mese successivo: per coprire gli esosi costi del viaggio devono raccattare spiccioli peregrinando per l'Europa e giocando amichevoli nei più disparati angoli del Vecchio Continente. Anche le stelle della Tricolor contribuiscono allo sforzo collettivo, accettando le proposte di alcune compagini europee: Luis Fuente, Manuel Alonso e Carlos Laviada, ad esempio, si accasano in Spagna. Al contrario, lo spauracchio Donelli resiste allo spietato e prolungato corteggiamento della Lazio. I biancocelesti, rimasti folgorati dalle prestazioni di "Buff", gli offrono un lauto ingaggio per continuare a giocare nella terra dei suoi avi: lui, che come normale sarebbe pure lusingato, ha altri piani per il futuro e declina garbatamente. Tornerà negli Stati Uniti, farà l'allenatore e si arruolerà nella marina militare, partecipando alle operazioni nelle ultime fasi della Seconda Guerra Mondiale. Gli USA, invece, torneranno a dare un dispiacere ai propri dirimpettai soltanto  nel 1980, dopo quasi mezzo secolo di fragorose scoppole.


Vincenzo Lacerenza


Fonti:
informador.com.mx
shinguardian.wordpress.com
theguardian.com
mexico.as.com
omarcarilloh.blogspot.it
laopinion.com
noesotroblogdefutbol.blogspot.it
phillysoccerpage.net
homepages.sover.net
archiviolastampa.it
ussoccer.com












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