sabato 17 giugno 2017

Il Pequeno Maracanazo: l'impresa dimenticata del Deportivo Italia

Una formazione del Deportivo Italia (1971)
Nel 1951, intrufolato tra le torme di italiani ed europei che sigillano le valigie di cartone, s'infilano su una nave e salpano speranzosi alla volta del Venezuela, c'è anche Pompeo D'Ambrosio. Dall'altra parte dell'Oceano il ministro della Difesa venezuelano - e futuro presidente - Marcos Pérez Jiménez sta strategicamente approfittando delle macerie lasciate in Europa dal secondo conflitto mondiale per incentivare l'immigrazione europea nel Paese paragonato ad una Venezia in miniatura dall'esploratore Amerigo Vespucci durante una delle sue avventurose spedizioni: se vuole progredire economicamente, d'altra parte, il Venezuela c'ha un bisogno disperato di capitale umano e forza lavoro. E casomai anche di competenze specifiche.

Pompeo D'Ambrosio ha tutte le carte in regola, e la giusta dose di ambizione e temerarietà, per farsi un nome e ritagliarsi un posto al sole nell'universo economico e finanziario venezuelano. Originario della Campania e nipote dell'ex podestà di Salerno, dopo aver terminato gli studi all'Università di Napoli si è dato subito da fare e ha intrapreso la carriera militare, tanto da diventare in breve un Tenente dell'Esercito: durante la Seconda Guerra Mondiale s'è fatto valere in alcune operazioni in Nord Africa, fino a quando gli alleati l'hanno catturato rinchiudendolo in campo di prigionia. A Caracas, guidato da un indomabile spirito imprenditoriale, D'Ambrosio diversifica gli interessi e mette le mani in pasta un po' dappertutto, arricchendo di contatti preziosi il proprio portfolio: diventa dirigente del Banco Francés y Italiano, fonda associazioni volte a favorire l'integrazione degli italiani nel tessuto sociale venezuelano, si prodiga tenendo a cuori le sorti dei connazionali più indigenti e suggerisce agli altri imprenditori del Belpaese il sentiero da battere affinché le loro aziende possano espandersi fino a scalare le vette della finanza venezuelana e latinoamericana.

Con il chiaro intento di rappresentare la folta comunità italiana di Caracas, nel 1948 una conventicola di tanos s'era riunita e aveva dato vita al Deportivo Italia. Quando poi s'era trattato di scegliere i colori sociali e prendere una decisione sul logo da collocare sul petto, come modello di riferimento a cui liberamente ispirarsi era stata presa la divisa della Nazionale Italiana: le maglie tinteggiate d'un blu marino e adornate con il tradizionale stemma tricolore, più che un dozzinale omaggio alla patria d'origine, sembravano quelle indossate dagli Azzurri ricalcate a mano sulla carta carbone.

In quel periodo immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e segnato da un'ondata di sbarchi senza precedenti, l'immigrazione galoppante si riverbera anche nel fútbol. Nell'affollato e variegato universo calcistico venezuelano gravita una miriade di squadre coloniali, ognuna espressione identitaria e punto di riferimento della comunità etnica d'appartenenza: se i portoghesi palpitano per il Deportivo Portugués  gli spagnoli, a seconda della provenienza regionale, possono scegliere se tenere alle sorti del Deportivo Galizia,  dell'Union Deportiva Canaria, o ancora disperarsi e gioire a seconda dei risultati ottenuti in campo dal Deportivo Vasco e dal Catalonia FC.


Anche grazie all'indispensabile contributo offerto da queste formazioni, dopo una serie di esperimenti miseramente falliti e un torneo embrionale abortito sul nascere una decade prima, con la benedizione dell'ANF nel 1957 il torneo venezuelano si toglie di dosso l'aura del dilettantismo e saluta con gioia, quasi fosse una catartica liberazione, il tanto anelato avvento del professionismo. Sono gli anni del cosiddetto "Fútbol Colonial". Seppur a detrimento delle formazioni indigene, impossibilitate a competere con i mezzi economici e finanziari delle compagini coloniali, l'ingresso sulla scena di queste ultime funge da volano per far impennare l'interesse del pubblico venezuelano verso questo sport. Attorno al calcio in Venezuela viene a crearsi un fermento finora sconosciuto e gli stadi cominciano a riempirsi. Addirittura un imprenditore di origine basca, l'ambiguo Damian Gaubeka, mosso dalla voglia di farsi pubblicità si prende la briga di organizzare un torneo chiamato Pequeña Copa del Mundo, una sorta di Coppa Intercontinentale ante litteram: assicurando loro lauti compensi in denaro invita alcune tra le più prestigiose compagine europee e sudamericano quali Real Madrid, River Plate, Botafogo, Roma e Barcellona a misurarsi e a contendersi lo scettro del Mondo nel Paese vinotinto. Risolte alcune beghe amministrative e superati i soliti impedimenti burocratici, finalmente nel 1959 anche il Deportivo Italia ottiene il lasciapassare per unirsi al circuito del professionismo.


Sotto la lungimirante e virtuosa gestione della famiglia D'Ambrosio Los Azules, fin lì rimasti piuttosto nell'anonimato e balzati all'onore delle cronache soltanto dopo la conquista della Copa Venezuela nel 1949 e per essersi messi la medaglia d'argento al collo durante la prima edizione della Pequeña Copa del Mundo l'anno successivo, vivono la loro stagione dorata costellata da imprese destinate a rimanere scolpite nella memoria di tutti i tifosi venezuelani: spadroneggiano quasi incontrastati in patria, dove arrivano sul traguardo prima di tutti in diverse occasioni realizzando addirittura l'accoppiata con la Copa nel 1961, e partecipano con buona frequenza alla Copa Libertadores diventando nel 1964 la prima rappresentante venezuelana a spingersi oltre la prima fase del torneo più prestigioso del Sudamerica.

Sette anni più tardi il Deportivo Italia partecipa alla Copa Libertadores da vicecampione nazionale: è inserito nel gruppo 3 dove, oltre all'inarrivabile Deportivo Galicia che gli aveva scippato il titolo l'anno prima, trova le temibili brasiliane Fluminense e Palmeiras, ad occhio e croce le squadre designate a maramaldeggiare nel girone e balzare in scioltezza alla fase successiva. Alla vigilia della doppio impegno in terra brasiliana, concentrato nella spazio di dieci giorni appena per questioni logistiche e di portafoglio, il Deportivo Italia giace impietosamente sul fondo della graduatoria, avendo sul groppone le due sonore scoppole rimediate tra le mura amiche con i due titani brasiliani: il Verdão li ha strapazzati con un rotondo ma non disonorevole 3-0, mentre la Flu, senza lasciarsi impietosire, ha infierito nell'affondare sadicamente sei volte la lame nelle molli carni degli azzurri. Due lezioni di calcio di questa portata, dopotutto, s'insinuano inevitabilmente come un tarlo infido tra i pensieri e vanno a scalfire, se non proprio minare, l'autostima e la fiducia nei propri mezzi.

In un Maracanã quasi deserto per i suoi standard, e riempito solamente da ventiseimila impavidi, il Deportivo Italia sembra essere rassegnare al ruolo di vittima sacrificale e scende in campo con l'obiettivo, comunque difficile da raggiungere, di limitare i danni. E' opinione diffusa, infatti, che l'unico motivo di interesse rintracciato in una gara sulla carta senza storia sarà quello di capire quanti punti riuscirà a infilare nel pallottoliere la "Flu", tanto che la spavalda stampa brasiliana snobba la sfida quasi derubricandola ad una semplice sgambata e dileggia incautamente e molto poco elegantemente la comitiva venezuelana.
Lo straordinario risultato fissato sul tabellone del Maracanà
Addirittura, poco prima dell'ingresso in campo delle squadre sul terreno del Maracanà, un giornalista brasiliano incrocia lo sguardo del terzino Vicente Arruda e con spacconeria gli mostra il palmo della mano aperto, pronosticando con l'inequivocabile gesto della manita un pokerissimo brasiliano. D'altra parte il Tricolor, primo nel girone a scapito del Palmeiras, ha una rosa stellare per i canoni sudamericani e non si vede come possa crollare, o perlomeno farsi spaventare e barcollare, al cospetto di una formazione di modesta caratura come il Deportivo Italia, proveniente per giunta da un mondo calcisticamente sottosviluppato. Quali sono, a parte l'inevitabile pizzico di fortuna, le armi a disposizione dei venezuelani per dare battaglia al Maracanã e provare a tirare un perfido scherzetto, anziché accontentarsi di tornare a casa con il minor numeri di reti possibile sul groppone? A questo dilemma è chiamato a trovare una risposta praticabile, se non proprio una soluzione, il tecnico brasiliano degli Azules Elmo Correa. Spulciando tra l'undici mirabolante al soldo di un Mario Zagallo ancora inebriato dalla Coppa Rimet sfilata all'Italia, di motivi capaci di destargli preoccupazione e fargli trascorrere qualche notte insonne ne scova parecchi: arginare la spinta propulsiva del terzino sinistro campione del Mondo Marco Antônio o i guizzi dell'anarchico Lula, magari sfaticato in allenamento ma implacabile quando le cose cominciavano a farsi serie, oppure contrastare l'innato fiuto del goal di Flavio "Minuano", nomignolo coniato ai tempi dell'Internacional dal cronista brasiliano Geraldo José de Almeida nel tentativo di paragonarne l'azione a quella dell'omonimo vento tipico del Rio Grande do Soul.
Gli assi della Flu alle prese con una sgambata nei boschi
Tuttavia, ad impensierirlo più d'ogni altra cosa è l'imprevedibilità ubriacante di Cafuringa, un satanasso instancabile dalla pelle d'ebano e dalla capigliatura eminentemente afro inserito da un totem come Ademir da Guia, nel corso di un'intervista sulla prestigiosa rivista Placar, non solo tra gli artefici principali del titolo conquistato dal Tricolor nella stagione precedente ma anche, al pari di Mirandinha e Aladim del Corinthians, tra imigliori calciatori espressi da quel torneo. Sulle sue tracce, incaricato di seguirlo come un'ombra e francobollarlo nel tentativo di porre un argine a quel fiume in piena di talento e dribbling, Correa sguinzaglia il ruvido e scafato Vicente Arruda. L'impostazione tattica dettata dalle circostanze appare chiara: arroccarsi in massa a cavallo della propria area di rigore, intasare le linee di passaggio, evitare svarioni o cali di concentrazione e provare ogni tanto, con moderazione e solo quando s'affaccia all'orizzonte il momento propizio, qualche sortita offensiva per cogliere di sorpresa e castigare i brasiliani in perenne avanscoperta.


Come vanno pontificando tutti gli esperti di strategia militare da von Clausewitz in giù, quando l'offensiva si rende ineluttabile per evitare in qualche modo l'accerchiamento propedeutico allo schiacciamento e quindi alla resa incondizionata, questa, anche se non si dispongono delle risorse sufficienti, deve essere necessariamente condotta in tempi rapidi e nel modo più risolutivo possibile allo scopo di prevenire indugi e godere appieno dei sostanziali vantaggi offerti dal fatidico effetto sorpresa. Percependo la capitolazione come ormai prossima, proprio per spezzare l'assedio in cui la Fluminese l'ha cinto dall'inizio della contesa ed evitare di fare la fine del topo, al 71' il Deportivo Italia trova il coraggio di uscire dall'angolo e contrattaccare. In una delle rare volte in cui mettono la testa fuori dalla propria metà campo, e s'affacciano dall'altra parte per vedere che aria tira, fanno sul serio: consapevoli che non avranno altre occasioni in futuro, sono decisi ad andare sino in fondo e giocarsi questa chance al meglio delle loro possibilità.
Il titolo d'apertura del quotidiano "El Nacional" di Caracas
Non si limitano a far respirare la difesa, né tantomeno ad impensierire i gradassi brasiliani, ma hanno un obiettivo ancor più ambizioso: segnare e tornare in Venezuela con una vittoria che avrebbe del miracoloso. Militello, scattato in profondità e imbeccato alla perfezione da Alcyr Pereira, s'è infilato tra le maglie tricolor e si sta apprestando a concludere quando viene travolto dal portiere Vitorio, che, ha pensato bene di uscire a valanga finendo per franare addosso all'attaccante degli Azules. I venezuelani quasi faticano a credere ai loro occhi quando vedono il direttore di gara paraguaiano Osorio portarsi il fischietto tra le labbra e assegnare loro il calcio di rigore: anche se ha le gambe tremolanti, e sente addosso il peso della storia, dal dischetto Manuel Tenorio è una sentenza.


Ma la parte complicata, quella in cui c'è da stringere i tempi e difendere strenuamente l'impresa dal rischio di essere cancellata, arriva proprio adesso. Carlos "Chiquichagua" Marín, un elegante e svettante difensore strappato al baseball e convertitosi adolescente al calcio solo per seguire le vestigia del suo idolo Fredy Ellie con cui adesso condivide la stessa trincea al Maracanã, sta già immaginando il futuro. A differenza dei propri compagni, comprensibilmente eccitati, non si fa travolgere dall'entusiasmo e rimane impassibile senza nemmeno spingersi ad abbracciare e congratularsi con l'autore del goal: all'esultanza, semmai, si penserà dopo. Adesso c'è da fronteggiare la reazione, che c'è da giurarci sarà veemente, dei brasiliani feriti nell'orgoglio e decisi a scongiurare a qualunque costo l'onta di una sconfitta imbarazzante. "Ora ce ne fanno dieci", ripete preoccupato Marín nel tentativo di mettere in guardia i compagni fin troppo presi dalle celebrazioni successive all'inaspettata rete del vantaggio. "Chiquichagua", cosi come gli avanti Tricolor, ha però evidentemente commesso l'errore di sottostimare le abilità del portiere italo-venezuelano Vito Fassano. Nato a Bari e cresciuto in Argentina, dove i genitori erano emigrati in cerca di fortuna, è stato scoperto nel 1957 da Mino D'Ambrosio, braccio destro di Pompeo deputato ad occuparsi delle faccende tecniche: dopo una breve gavetta di una paio d'anni al piccolo Tiquire Flores è tornato alla base e, dopo tanto pensare, ha conquistato la fiducia dell'allenatore.  Nonostante non stia al meglio fisicamente, tanto da sciogliere le riserve sulla sua presenza in campo solo in extremis, Fassano abbassa la saracinesca e si esalta nell'opporsi al tiro al bersaglio portato avanti senza soluzione di continuità e sempre più disperatamente dai brasiliani. Che ad un certo punto hanno come la sensazione, accompagnata da uno sconfortante senso d'impotenza, di andare a sbattere e venire inesorabilmente rimbalzati da un muro di gomma. Anche grazie ad una buona dose di fortuna, con i legni ad intromettersi tra i carioca e l'agognato pareggio in ben tre occasioni, Fassano sventa una dopo l'altra tutte le minacce,  rivelandosi insuperabile, e a tratti onnipotente. Mortifica le reiterate sortite degli increduli padroni di casa e traduce in realtà il sogno del Deportivo Italia, divenutoin quel momento - e rimasto tuttora - l'unica squadra venezuelana capace di espugnare un tempio del calcio brasiliano: "Non ho mai visto un portiere parare tanto come Fassano quel giorno", ricorderà più tardi Marín magnificando la memorabile prestazione del portiere italo-venezuelano, apprezzato dallo stesso Zagallo e in futuro protagonista in Brasile con la maglia del Cruzeiro.  


Nel frattempo a San Paolo il Palmeiras ha battuto il Deportivo Galicia, affiancando proprio la Fluminense in vetta alla classifica del gruppo. Come promesso, allora, il presidente del Palmeiras Hernani Pizarro, raggiante per il successo del Verdão rilanciato nella corsa turno successivo dal capitombolo della Flu, è piombato negli spogliatoi del Deportivo Italia con una borsa piena di soldi e ha distribuito la ricompensa pattuita con i giocatori azules. Ad ognuno il servigio indirettamente prestato al Palmeiras è fruttato l'equivalente di duecentocinquanta bolivares, un'autentica fortuna per l'epoca. Prima di tornare in Venezuela, dove verranno accolti da eroi dalla comunità italiana in festa e riceveranno gli omaggi del prestigioso Instituto Nacional de Deportes, la comitiva azzurra fa in tempo a togliersi lo sfizio di sfogliare con aria soddisfatta le pagine dei giornali brasiliani e constatare come questi, adesso, siano meno spocchiosi nell'esprimere certi concetti: "Es duro creer, pero ganó el Deportivo Italia", titola uno stupefatto Correo de Manhana, "Parece mentira, pero es verdad: perdió Fluminense", gli fa eco un'Ultima Hora ancora evidentemente sotto shock come tutti gli sportivi verdeoro. 

C'è chi, invece, a quel forte sconvolgimento non ha saputo resistere: quando al 78' un tiro di Flavio s'è infranto sulla traversa, insieme a gran parte delle speranze della Fluminese di giungere al pareggio, al cagionevole vicepresidente della Tricolor è venuto un coccolone rivelatosi letale per la sua vita. Almeno si risparmierà la delusione di vedere il Palmeiras violare il Maracanã nel turno successivo e staccare il lasciapassare per la seconda fase proprio al posto del Tricolor carioca. 


Vincenzo Lacerenza

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